Di Letizia, mi piace ricordare il grande senso dell’amicizia, fuori d’ogni retorica, liberandola anche dalla corona di spine da “Pasionaria” palermitana che, insieme all’Oscar per la fotografia, le è stato assegnato nel tempo. Letizia, oltre la leggenda pubblica e perfino il racconto professionale, Letizia che per bisogno, per fuga, si “inventa” fotografa. Raccontava infatti che avrebbe voluto essere scrittrice; la vita ha invece voluto che dovesse corredare i suoi primi e unici articoli con le immagini.

Eccola nel mio ricordo a Palermo, lo splendore del 1976, il notturno inoltrato sotto i Quattro Canti, le statue delle sante cittadine e dei re spagnoli, in quell’esatto istante del tempo, c’è Letizia sul “Motom” rosso del suo compagno di quei giorni, Franco Zecchin, reduce da una fluviale riunione di una rivista letteraria, ordita dallo scrittore del Gruppo 63, Gaetano Testa, intento a dimostrare che “il sottoproletariato dello Spasimo è l’avanguardia della cultura planetaria”. Letizia, reflex a tracolla, zoccoli olandesi, una tempesta di fiori sulla gonna, caschetto biondo, Letizia già “signora borghese” che abbandona il fasto di via Ruggero Settimo, “salotto cittadino”, trovando libertà nella fotografia, meglio, scopre se stessa. Letizia Battaglia iconica tra i “morti ammazzati” delle guerre di mafia. Gli strilloni del giornale “L’Ora”, suo luogo di lavoro, scendono in strada, anche nei giorni di magra criminale, “abbanniando”: “Quanti ni’ murieru!”, quanti ne sono morti…

La casa di piazza Marina, Palazzo Galletti, i pranzi in terrazza sotto un cielo d’azzurro maiolicato, la sua curiosità verso i ragazzi e le ragazze: Letizia vorrebbe tutti felici, liberi, immersi a fare l’amore; Palermo, già a metà degli anni Settanta, ha compreso che il brivido della militanza politica è ormai finito, “Dopo la lotta verrà la festa continua”, titola “L’Espresso” raccontando, sempre a Palermo, i baci tra Nicoletta Machiavelli e Mauro Rostagno ormai “arancioni”. Il suo “ufficio” nel pianterreno in via Meccio, Letizia fotografa “d’assalto” de “L’Ora”: il centralino squilla, “pare che c’è un morto in via Mariano Stabile…” Letizia corre, le do uno strappo, il morto in verità è un cadavere eccellente, un giudice, Gaetano Costa, vittima di mafia, è il 6 agosto 1980. I morti ammazzati di Palermo, politici, “servitori dello Stato”, magistrati, ma anche “aranc’ ‘n tierra”, povera gente, arance cadute dall’albero, ora nel “rigor mortis” in attesa di constatazione da parte del medico legale di turno… Letizia, gioia, curiosità, umana attenzione “civile” e insieme compassionevole verso le povere persone che abitano i “catoi” del centro storico rimasto in rovina dai bombardamenti Alleati del 1943. Il bambino lì sul letto con la mamma, nessuna luce, non dormono, attendono, non hanno da mangiare; il bambino morsicato dai topi della miseria e degli stenti. Letizia è lì, con la sua Leica: se di queste piccine struggenti molliche sociali è rimasta contezza nel tempo fotografico lo dobbiamo a lei.

Letizia, accanto ai cafarnai, restituisce le feste di Carnevale dell’aristocrazia cittadina mondo residuale, intatto nella propria immobilità, ma anche i teatranti, le ragazze, le fanciulle in fiore dei primi anni Ottanta, mentre la guerra di mafia è già pronta a bussare tra Porta Felice e Porta Nuova; tra Kalsa, Ballarò e Albergheria. La foto di Piersanti Mattarella appena assassinato, via Libertà, dov’era la sua casa, davanti alla Pizzeria Astoria: stavamo insieme a Villa Sperlinga, al Bar “La Cuba”, cupole rosse omaggio alla città arabo-normanna, Letizia dice di andar via, accompagna a casa Patrizia, la sua bambina, che si sente poco bene, ed è sulla via del ritorno che incontra gli ultimi istanti di vita, la tragica scena del delitto Mattarella. La morte, la velocità del suo scatto. Per lei, assessore della giunta Orlando, in piena “Primavera di Palermo”, ho litigato con Vittorio Sgarbi al “Maurizio Costanzo show”, era già il 1990. Sgarbi le rimproverava di avere collocato alla Vucciria, “in una piazza del Cinquecento alcune panchine realizzate da un architetto fighetto milanese, Ettore Sottsass,” un attimo, sempre Sgarbi, dopo aggiunge: “Chi dovrebbe sedersi su quelle panchine, forse i drogati?” E io: “Veramente non capisco perché i drogati dovrebbero rimanere sempre in piedi”. La platea mi colma di applausi, Letizia sorride.

La sua voglia di lasciare Palermo per Parigi, salvo poi, come il protagonista de “Lo straniero” di Albert Camus, sente il bisogno di tornare nella sua “Algeri”. Di fronte alla domanda sul perché non vuole stare a Parigi, Mersault risponde: “A Parigi non ci sono le blatte”. Letizia si è presa cura d’ogni povera blatta che la città custodisse, con generosità e sentimento straordinari. Restano nel ricordo i nostri giorni trascorsi al “manicomio” di via Pindemonte, le feste, i panettoni, le povere ragazze lì murate, gli abiti di vent’anni prima, struggenti, i collettini bianchi da educandato, Letizia giunge lì per farle ballare, se ne prende cura, le adotta, Letizia santa laica, come Santa Giovanna dei Macelli di Brecht.

La sua galleria per esporre i fotografi che le sono cari, il Laboratorio d’If: Josef Koudelka o Luigi Ghirri, che poté essere presente alla vernice, i costi del biglietto. I cieli di Ghirri. Chissà dove è finito il catalogo a fisarmonica che teneva insieme proprio quei cieli che Letizia mi volle donare. Il sogno realizzato di una scuola di fotografia nei Cantieri Culturali alla Zisa. Letizia racconta di aver incontrato Pier Paolo Pasolini durante un dibattito al Club Turati, a Milano: il suo scatto casuale mostra Pasolini appena insultato dagli studenti, Letizia che ancora racconta ogni meraviglia del mondo dell’arte che sente proprio, il suo incanto davanti agli anelli di Fernanda Pivano, “grandi come quelli di Gertrude Stein”, mi dice, oppure facendo caso al mondo che Franco Maresco ha voluto mostrare insieme a lei. Letizia ora e sempre.

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Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "Quando c'era Pasolini" (2022). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube. Il suo profilo Twitter @fulvioabbate