È stato Jorge Louis Borges a spiegarci, con una delle sue battute fulminanti e provocatorie, che in letteratura niente sta mai fermo e la stessa percezione delle opere passate varia secondo gli eventi della storia. Così nelle scorse settimane molti di noi hanno riletto Nemesi di Philip Roth (Einaudi), nella prospettiva del Coronavirus, a stento soffocando il fuoco incrociato delle suggestioni e ricorrenze che si trascinava dietro. Un libro sull’epidemia di poliomielite scoppiata negli Stati Uniti a luglio del 1944. L’ultimo romanzo, uscito nel 2010, di uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, scomparso due anni fa a New York. Il testo è diviso in tre parti: Newark equatoriale, Indian Hill e Rimpatriata. La prima, ambientata in New Jersey, la madre di tutte le periferie, è una sintesi fantasmatica dell’opera di Roth, coi ragazzini delle famiglie ebree che giocano a baseball nelle stradine adiacenti a Chancellor Avenue, dove i figli degli immigrati italiani s’intrufolano strafottenti e provocatori, sullo sfondo dei depositi di legname prima della ferrovia.

È quello, lo sappiamo, il regno espressivo dell’autore, la sua ridotta fantastica, che gli consente di squadernare i materiali con straordinaria lucidità narrativa: nella calura atroce di quell’indimenticabile estate, mentre la gran parte degli uomini abili combatteva e moriva sui fronti del Pacifico e dell’Europa occidentale, il virus, nemico invisibile all’interno delle affollate comunità metropolitane, mieteva migliaia di vittime facendo stragi tra le famiglie terrorizzate. Eugene Cantor, detto Bucky, orfano ventiduenne cresciuto coi nonni, con un grave difetto alla vista che gli aveva impedito di partire per il servizio militare, animatore di un campo giochi urbano, cercò di opporsi alla catastrofe nel tentativo di proteggere i ragazzi che gli erano stati affidati. Lo guidava un istinto etico legato alla sua origine oscura, teso a ripristinare i principi di giustizia che lui sentiva oltraggiati.

Ma tutto risultò inutile: l’infezione si diffuse in modo implacabile seminando il panico fra la popolazione, chiusa a riccio nei condomini popolari, al punto che la fidanzata del protagonista, Marcia Steinberg, spinse il giovane a trasferirsi come istruttore in un campo estivo in cima alle Pocono Mountains sperando che la fresca e immacolata aria montana potesse metterlo al riparo preservandolo dallo sfacelo. L’idillio descritto nella seconda parte è un’illusione ottica. Anche lassù arriva la malattia distruggendo la vita dei campeggiatori, senza evitare di attaccare lo stesso Bucky, che da allora in poi risulterà per sempre menomato. A raccontare la sciagurata vicenda, che noi oggi leggiamo con apprensione superiore a quella che gli riservammo dieci anni fa, è un narratore interno, Arnie Mesnikoff, il quale si dichiara per la prima volta dopo una settantina di pagine, lasciando intuire di aver fatto parte del gruppo dei bambini guidato da Cantor, effervescenti e drammaticamente inconsapevoli del rischio capitale a cui stavano andando incontro.

Anch’egli vittima della polio ma sopravvissuto, era stato un fan del bravo allenatore, come tanti altri piccoli scolari. E lo rivede, nella magnifica sezione finale del romanzo, ventisette anni dopo, in una trafficata Broad Street, ormai adulto e irrimediabilmente sfigurato, costretto sulla sedia a rotelle col braccio sinistro avvizzito. Insieme a lui rievoca la ferita indelebile di quella stagione lontana. Marcia avrebbe voluto sposarlo lo stesso, ma Bucky aveva rifiutato.  Da tale decisione scaturisce una riflessione cripto-teologica. L’antico allievo cerca di aggirare il senso di colpa dell’ex maestro, convinto di aver portato l’infezione nel campo di Indian Hill: «Se il criminale è Dio, allora non puoi essere un criminale anche tu».

Vana speranza, in quanto l’animatore di un tempo oppone resistenza, suscitando la reazione di Arnie, dietro il quale supponiamo si nascondesse una buona parte, non tutta, è chiaro, dell’inquieto ateismo dello scrittore: «C’è un’epidemia e lui ha bisogno di trovarne la ragione. Deve chiedere perché. Perché? Perché? Perchè? Che si tratti di qualcosa di insensato, contingente, incongruo e tragico non lo soddisfa. Che si tratti del proliferare di un virus non lo soddisfa. Cerca invece una causa più profonda, questo martire, questo maniaco del perché…». Fino all’infamante accusa di protervia mascherata dietro un’austera bontà naturale: «Devo dire che, per quanta compassione possa provare per il cumulo di calamità che gli aveva rovinato la vita, non si tratta d’altro che di stupida superbia, non la superbia della volontà o del desiderio ma la superbia di un’infantile, irreale interpretazione religiosa…».

Eppure anche Arnie non è soddisfatto di questa amara conclusione. Quasi temesse il proprio stesso buon senso, misto alla semplice ragionevolezza che lo aveva spinto a biasimare il suo vecchio istruttore, è costretto ad ammettere la possibilità di un destino crudele che, secondo lo schema mentale elaborato dai greci, si serve di noi, manovrando le forze capaci di farci prosperare e marcire: «Forse lui era stato davvero la freccia invisibile». E così, ancora una volta, Philip Roth, in questo congedo estremo, come già gli era accaduto nei capolavori degli anni Novanta del secolo scorso, dal Teatro di Sabbath a Pastorale americana, lascia i conti aperti, inchiodando al muro la foto del giovane Bucky, prima che venisse colpito dalla polio, nel fulgore dei suoi vent’anni, sotto gli occhi stupefatti dei bambini: «Mentre correva con il giavellotto in alto, mentre allungava il braccio ben dietro al corpo, mentre lo riportava in avanti per rilasciare il giavellotto in alto sopra la spalla – e poi lo rilasciava come un’esplosione -, ci sembrava invincibile».