L'Ungheria volta pagina
L’europeismo trionfa in Ungheria. In un mondo che urla, l’Unione alzi la sua voce con pragmatismo
La vittoria di Péter Magyar in Ungheria ha finalmente rotto un incantesimo polveroso, dimostrando che l’Europa non è affatto quel feticcio burocratico da agitare nei talk show, ma l’unica architettura politica capace di resistere alle spallate della storia. Se persino nel cuore di Budapest il vento cambia, significa che è giunto il momento di smetterla di trattare l’europeismo come una bandierina ideologica o un club privato per pochi eletti, riconoscendo invece che rappresenta oggi la carta politica più vincente a disposizione dei leader moderni.
È tempo di essere intellettualmente onesti e riconoscere che l’appartenenza al progetto comune deve diventare il minimo comune denominatore di ogni forza politica matura, superando gli steccati tra destra e sinistra: se la destra si dice sovranista in un mondo di giganti, mente ai propri elettori; se la sinistra usa l’Europa solo come scudo etico, dimostra di non sapere governare la complessità della realtà.
L’Unione deve oggi avere il coraggio di essere cinica e pragmatica, approfittando di quella fiducia che i cittadini le stanno confermando per esercitare una voce finalmente autorevole e smetterla di chiedere scusa per la propria esistenza. Non possiamo più permetterci un’Europa che sussurra quando il mondo urla, specialmente dinanzi ad autoritarismi imprevedibili che giocano a scacchi con la nostra stabilità. Il sentimento europeista deve trasformarsi in una potenza d’azione capace di dare risposte brutali e concrete nei settori dove la sovranità nazionale è ormai un ricordo: dall’urgenza di un vero assetto energetico che ci liberi dai ricatti geopolitici, alla necessità di smettere di essere i regolatori del lavoro altrui per diventare padroni dei nostri algoritmi e della nostra innovazione tecnologica.
Far fronte a chi tenta di sminuire Bruxelles significa rispondere con l’efficacia di un sistema integrato che sia, al contempo, un’assicurazione sulla vita e un polo d’attrazione globale. Magyar ci ricorda che l’europeismo è la nostra carta politica vincente solo se smettiamo di considerarlo una poesia e iniziamo a usarlo come una bussola strategica; l’Europa deve ora trasformare questo credito di fiducia in un pragmatismo serio, dimostrando che l’unica sovranità possibile nel ventunesimo secolo è quella che si esercita insieme. Se non saremo capaci di occupare questo spazio con autorevolezza, saremo condannati a restare spettatori passivi mentre il resto del mondo decide il nostro destino, sprecando l’ultima vera occasione di dimostrare che il blu con le stelle ha ancora il sapore della libertà.
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