Liliana Resinovich non è stata accoltellata, strangolata o strozzata. È ancora un giallo il caso della 63enne sparita a Trieste a metà dicembre e il cui corpo è stato ritrovato il 5 gennaio nei pressi del boschetto dell’Ospedale Psichiatrico. Non è bastata al momento l’autopsia a sciogliere interrogativi che sembrano al momento ancora lontani dalla soluzione. Gli investigatori non escludono alcuna pista. Non si esclude neanche il suicidio, l’ipotesi considerata fino a pochi giorni fa improbabile.

Quello che si sa: Resinovich, ex dipendente della Regione, è sparita a piedi da casa il 14 dicembre scorso; doveva raggiungere un amico a casa sua, Claudio Sterpin, un 82enne che aiutava da tempo nelle faccende domestiche; il marito, ex fotoreporter Sebastiano Visintin di questo rapporto ha detto di non essere al corrente; la donna quella mattina telefonò all’amico per dirgli che avrebbe tardato perché doveva passare per un negozio di telefonia; la donna non è mai arrivata né al negozio di telefonia né a casa dell’amico; da quel momento è scomparsa fino al ritrovamento; qualche giorno fa la rivelazione di una donna che ha testimoniato di aver visto Resinovich il 22 dicembre: incrociata in strada, faceva un “verso forte”.

Il corpo della 63enne è stato ritrovato in posizione fetale, in un paio di sacchi neri della spazzatura, aperti, con la testa infilata in due buste di nylon chiuse al collo non strette. Ritrovata sul posto anche borsetta vuota. La scientifica sta cercando delle impronte. Nessun trauma sul corpo. La morte causata da “scompenso cardiaco acuto”. Potrebbe essere stata soffocata ma al momento neanche questa pista ha trovato riscontri. Nessuna traccia di asfissia nel referto del consulente della Procura, il medico legale Fulvio Costantinides. Si attendono gli esiti dell’esame istologico. Non si esclude neanche l’assunzione di sostanze letali, farmaci, droghe.

Si dovrà aspettare almeno un mese per i risultati dell’esame tossicologico. “Si pensa a un’ingestione di sostanze, un avvelenamento, o le ha prese lei o qualcuno gliele ha date, la questione è complicata”, ha aggiunto il medico legale Raffaele Barisani, nominato dal marito di Liliana, Visintin, assistito come parte offesa dall’avvocato Paolo Bevilacqua. Stando alla pista del suicidio, Resinovich avrebbe fatto tutto da sola: prendendo dei farmaci, andando nel boschetto, infilandosi nei sacchi neri e infilando la testa in buste di nylon. . “L’ultimo suicida con ‘sacchetto’ che ho visto si era scolato una bottiglia di vodka, se avesse bevuto solo quella si sarebbe salvato”, ha osservato a Il Corriere della Sera Carlo Moreschi, il medico legale che ha partecipato all’autopsia come consulente nominato dal fratello di Liliana, Sergio.

Si è parlato molto in questi giorni della relazione della donna con il marito Visintin e di quella con Sterpin. L’82enne sarebbe secondo Il Corriere l’ex che la donna lasciò per il fotoreporter in pensione. Quest’ultimo ha raccontato che la donna stava pensando di lasciare il marito. “Lilly non stava bene con il marito, aveva deciso di lasciarlo e voleva dirglielo il 16 dicembre, il 17 dovevamo fare un weekend insieme. In ogni caso non sono l’amante, come potrei esserlo con tre interventi alla prostata?”, aveva raccontato al quotidiano Il Piccolo.

Non sapevo nulla di questa relazione, lui è ignobile, mi ha rovinato la vita, l’ha plagiata, la chiave del mistero è tutta lì”, la risposta al Corriere di Visintin che ha negato ogni dissidio, anche le difficoltà economiche che avrebbero esasperato la relazione, e ha confessato di aver paura di non sapersi difendere, di essere molto stressato. “Non si può privilegiare l’omicidio rispetto al suicidio”, ha scritto intanto il Procuratore di Trieste Antonio De Nicolo.

Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.