Ieri il quotidiano la Repubblica parlava della “ragnatela calabrese dell’agente segreto Mancini”. Sono andato a rileggermi un articolo pubblicato su Calabria ora, diretto da Piero Sansonetti, e scritto circa dieci anni fa. Riporto solo qualche rigo: «In occasione della bomba alla procura generale di Reggio Calabria è nato un movimento con l’obiettivo di “esprimere la solidarietà ai magistrati reggini e risvegliare la coscienza dei singoli e della comunità”. Un movimento che ha l’ambizione di essere “la scorta civica della Procura”». «Nobili le intenzioni». Ma avvertivamo «.. dietro bombe e bazooka insieme alle coppole da sgarro, si potrebbe individuare un luccichio di stellette ed il color di toghe…».

Oggi i fatti ci dicono che le nostre non erano allucinazioni ma, come scrivemmo nell’articolo, certezze supportate da prove univoche che dimostravano come dietro il mafioso Lo Giudice, l’agente segreto Zucco, le bombe alla procura o al Comune, la Fiat Marea imbottita di tritolo e fatta ritrovare in occasione d’una visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a Reggio, ci fosse un’unica regia in grado di gestire lo “Stato” nel territorio calabrese e utilizzare la Calabria come terreno di oscure manovre su tutto il territorio nazionale. Per noi non era una novità. Già il famoso summit di Montalto in cui nel 1969, nel cuore dell’ Aspromonte, si ritrovarono tutte le cosche calabresi in un raduno e con cinque uomini incappucciati al centro, più che dalla ‘ndrangheta fu gestito ed utilizzato dai “servizi”. Una parola che, in Calabria, vuol dire tutto e non vuol dire niente perché si trovano dappertutto. Almeno in parte, hanno cogestito le cosche nei loro loschi traffici, hanno “allevato” politici, magistrati e appartenenti alle forze dell’ordine. Hanno controllato e controllano gran parte della burocrazia statale e regionale per assicurare una continuità storica che esclude il popolo calabrese da ogni diritto a favore di una ristretta cerchia di privilegiati.

Si può ben dire che in Calabria, la stessa mano ha creato (e crea) la mafia e gran parte dell’”antimafia” e utilizza entrambe contro la moribonda “democrazia” calabrese. È amaro essere arrivati a una più che probabile verità con dieci – alcune volte con trenta – anni di anticipo rispetto a coloro che avrebbero avuto il dovere di indagare e al cosiddetto giornalismo di inchiesta che vive nelle anticamere delle procure. Certamente non perché siamo stati più bravi degli altri ma solo perché costantemente “eretici” rispetto alle verità di casta. E un tempo “eretica” era l’intera Sinistra che oggi vive prona e all’ombra di alcune procure, in uno stato di perenne subalternità alle manovre dei “servizi”, condannandosi così all’irrilevanza politica e al tradimento della propria storia.

Tutto in Calabria viene deciso dalla “ragnatela”: quali “politici” eliminare dalla scena, come punire chi denuncia l’impostura, chi deve gestire i tantissimi soldi della sanità o i fondi europei, quali personaggi lanciare sulla scena nazionale. E guardando in filigrana alle prossime elezioni regionali, possiamo comprendere che si farà in modo che non cambi assolutamente nulla. Lo so, sembra impossibile crederci. Ma vi assicuro che la realtà calabrese è ben più grave di quanto io non abbia saputo dire nel presente articolo. Solo che quanto succede in Calabria non interessa a nessuno ed è per questo che le poche voci libere si vanno spegnendo tra l’indifferenza generale.