Le immagini dei corpi dei civili senza vita sparpagliati nelle strade di Bucha e ammassati nelle fosse comuni hanno fatto il giro del mondo e indignato i paesi dell’Occidente. Nel 40esimo giorno la guerra mostra il suo volto più cruento mentre l’offensiva russa si intensifica nel sud del paese. Per Kiev è genocidio, mentre Mosca nega, affermando che si tratta di una provocazione degli ucraini per bloccare i negoziati.

Alcuni testimoni hanno raccontato l’orrore di quella mattanza. “Hanno ucciso un uomo anziano, uno che non conoscevo. Era davanti a me, seduto su una panchina. Un russo si è avvicinato e gli ha sparato in testa, poi se ne è andato”, racconta Vladislav Kozlovskiy, 28 anni, manager di un ristornate a Bucha prima che la guerra si prendesse la sua vita. Il suo racconto è riportato da Repubblica. Il giovane è stato ostaggio per circa un mese insieme ad altre 100 persone in un rifugio antimissili che però era diventata la loro prigione.

“Un giorno mi hanno puntato la mitragliatrice alla testa, poi hanno sparato un colpo singolo vicino all’orecchio senza colpirmi. Infine mi hanno dato un calcio in testa e mi hanno lasciato lì”, continua il racconto. “Voglio che tutto il mondo sappia cosa ci hanno fatto”, dice. E racconta di bambini e donne uccisi a sangue freddo, un colpo alla nuca. Poi il dramma delle fosse comuni: “hanno messo i cadaveri nella pala di un escavatore, il buco era già stato fatto, li hanno scaricati e coperti di terra”. Altri corpi sono stati seppelliti dai cittadini, “ogni giorno c’era da seppellire qualcuno, venivamo fatti uscire e lavorare. Erano tutti colpiti alla nuca, avevano le facce tagliate e altre ferite sul corpo”.

Il testimone racconta anche del dramma delle donne in cerca dei loro uomini. Andavano negli ospedali e per le strade, li riconoscevano dai vestiti, cercavano di spostarli dall’asfalto per dare doro una sepoltura anche sommaria. Le immagini raccontano l’orrore di uomini catturati e con le braccia legate dietro la schiena, i corpi accasciati mentre erano in ginocchio faccia a muro quando un proiettile li ha colpiti alle spalle. Un uomo spiega che “la loro artiglieria era piazzata nel cortile della scuola, il quartier generale al sesto piano di un altro edificio che era anche l’asilo dei bambini”. La gente sperava che arrivassero i liberatori, “ma eravamo scudi umani, così ci hanno usato per un mese”. Poi il ricordo terribile dei soldati russi che sono entrati di notte in una casa, hanno ucciso gli abitanti e “hanno buttato i cadaveri giù dai letti e si sono messi a dormire lì”.

Nel racconto dio Vladislav ci sono anche altri momenti dell’orrore: “Il 2 marzo ci eravamo rifugiati nel bunker collettivo, che è vicino alla vetreria. Ma ci hanno trovati subito. Battevano contro le porte, alla fine abbiamo aperto. Quei primi soldati non ci hanno fatto niente, ci hanno promesso di farci uscire dopo due giorni, e dato persino le loro razioni perché mangiassimo. Il sesto giorno siamo usciti. Le donne con i bambini e gli anziani sono stati rilasciati, noi siamo rimasti in quindici, tutti uomini. Era un reparto speciale. Uomini aggressivi, violenti. Ci hanno portato via i telefoni, ci hanno fatti mettere in ginocchio”. Poi, uno a uno, fatti spogliare. “Cercavano i tatuaggi, i simboli, le rune, ma nessuno di noi li aveva”.

Nei telefoni però c’erano messaggi, foto e chat sospette, “due ragazzi sono stati uccisi subito. Un altro, colpito al fianco. Gli hanno urlato “adesso corri a casa!”. E noi sopravvissuti, ci hanno picchiato, volevano sapere dov’erano i partigiani. In quel momento mi hanno puntato la mitragliatrice alla testa”. Dei quindici che erano, “siamo rimasti in sei. Ero incredulo di essere vivo, ero sotto shock”.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.