La pandemia di coronavirus e la crisi ancora in corso alla frontiera tra Polonia e Bielorussia, con alcune migliaia di migranti bloccati da mesi al gelo, mettono a rischio uno dei pilastri dell’Unione europea: la libera circolazione all’interno dei confini nello spazio di Schengen.

La Commissione Ue, in attesa della riforma di Dublino, mette sul tavolo una prima proposta di revisione della Convenzione di Schengen, concedendo ai paesi membri di attuare una stretta sulle proprie frontiere per un periodo massimo di due anni.

Le nuove norme, che devono ancora ricevere il via libera da Parlamento e Consiglio, intervengono sui cosiddetti movimenti secondari, permettendo a Stati come Germania, Francia o Olanda di sbarrare le porte agli spostamenti di quei migranti che, una volta sbarcati sulle coste italiane o spagnole, cercano di andare verso l’Europa del nord. Se approvata, Germania, Belgio, Olanda e la stessa Francia avranno gioco facile a rimandare i migranti più velocemente verso i paesi di primo approdo.

Bruxelles giustifica la proposta che, al momento, non sembra preoccupare eccessivamente l’Italia. “A oggi sono sei Paesi Ue che hanno controlli interni. Andando avanti di sei mesi in sei, alcuni sono a sei anni di controlli interni, ora diciamo che ci sono misure alternative per evitare ciò”, ha dichiarato la commissaria agli Affari interni, Ylva Johansson, presentando la proposta. “Invece di fare i controlli alle frontiere, bisogna fare i controlli di polizia”, ha aggiunto. Con la nuova proposta, qualsiasi Stato membro che decida di ripristinare i controlli deve valutare l’adeguatezza del ripristino e il suo probabile impatto sulla libera circolazione delle persone. In base alle nuove regole, quindi, deve inoltre valutare l’impatto sulle regioni di confine.

Poi c’è il nodo dei movimenti secondari, caro ai Paesi del Nord e alla Francia in vista del nuovo Patto di Migrazione e Asilo. “I movimenti secondari non sono previsti dalla legge”, ha sottolineato la vice presidente della Commissione europea Margaritis Schinas presentando le modifiche.

La loro principale novità, che va a toccare gli articoli 25 e 28 del regolamento, sta dunque nella reintroduzione dei controlli che un Paese può attivare in due occasioni: di fronte a “eventi imprevisti” o in casi eccezionali ma “prevedibili”.

Nella prima fattispecie un governo può agire unilateralmente chiudendo le frontiere per un periodo limitato a tre mesi. Nella seconda, un Paese può reintrodurre controlli per due anni al massimo ma non può certo limitarsi a notificare la sua decisione.

Ma la proroga dei controlli non è arbitraria. Infatti, come spiegato dalla Commissione, uno Stato membro che intenda prolungare i controlli in risposta a minacce prevedibili dovrà prima valutare se misure alternative, come controlli di polizia mirati e una cooperazione rafforzata di polizia, potrebbero essere più appropriate. “Dovrebbe essere fornita inoltre una valutazione del rischio per i prolungamenti superiori a sei mesi. Laddove i controlli interni siano in vigore da 18 mesi, la Commissione dovrà formulare un parere sulla loro proporzionalità e necessità. In tutti i casi, i controlli temporanei alle frontiere non dovrebbero superare un periodo totale di due anni, a meno che non si tratti di circostanze molto specifiche”, spiega ancora l’esecutivo europeo. Infatti, attualmente la Commissione ha facoltà di formulare un parere ma non ha l’obbligo di farlo.

I paesi potranno quindi contrastare e limitare il flusso dei migranti soltanto alle frontiere e potranno organizzare, come invita a fare la Commissione, pattugliamenti misti lungo le frontiere, con agenti di entrambi i paesi confinanti.

La proposta presentata dall’esecutivo europeo non sarà discussa all’imminente summit dei leader Ue. Ma certamente il dossier migranti sarà uno degli argomenti centrali dell’incontro.

L’Italia attende che siano presentati i piani ad hoc ma sembra non essere preoccupata. L’iniziativa, insomma, non presenta misure eclatanti, tanto da rassicurare il sottosegretario agli Affari europei, Enzo Amendola. Il testo proposto, afferma Amendola, “è abbastanza diverso da quello che c’era sui giornali. L’attivazione della chiusura di Schengen è dovuta solo a casi emergenziali, relativi ad alcuni fenomeni ben individuati. E’ una direttiva che negozieremo nel corso dei prossimi mesi ma non c’è quell’allarme che ho letto sui giornali di una preponderanza dei movimenti secondari sui movimenti primari”.

Per Amendola “E’ evidente che per avere una politica comune sull’integrazione bisogna avere una dimensione esterna e anche delle regole di buon funzionamento interno. Ma tutti gli elementi della gestione Schengen devono essere concordati su aspetti emergenziali, su comuni pattugliamenti o intese delle polizie: un po’ quello che succede già adesso”, ha aggiunto.

Redazione