Se i numeri dicono qualcosa, quelli sulle ingiuste detenzioni contenuti nell’annuale relazione sulle misure cautelari presentata giorno in Parlamento dicono che si fa ancora ampio ricorso alle manette, che pm e gip ancora troppo facilmente firmano ordini di carcerazione preventiva, che la giustizia continua a non essere giusta e innocenti finiscono in cella. Perché? Sicuramente perché prevale una cultura giustizialista. perché di fronte a processi che hanno tempi lunghissimi si pensa di intervenire con la misura cautelare nella fase preliminare delle indagini come se si trattasse di un’anticipazione della condanna che si è convinti di ottenere al termine del processo.

Una distorsione del nostro sistema, il cortocircuito che brucia vita e diritti in un caso su tre. Sì, perché tanti, uno su tre, sono gli innocenti che ogni giorno finiscono in cella per una svista di chi indaga, per una lettura degli indizi errata, frettolosa o superficiale, perché le indagini finiscono per essere orientate a trovare il reato più che la prova di esso. Consideriamo poi che un arresto fa più notizia di un non arresto, una condanna più clamore di una assoluzione. Ed ecco che la gogna è servita. Se si è innocenti il calvario dura anni e anni, e i danni subiti nessuno li ripaga. I più preferiscono non ricorrere allo Stato per chiedere un risarcimento, tra quelli che invece lo fanno – decidendo di affrontare un nuovo iter giudiziario complesso e lungo quasi come quello che li aveva portati ingiustamente in carcere – non tutti alla fine ottengono l’indennizzo perché lo Stato ha previsto una serie di paletti per limitare al massimo i casi di risarcimento Assume, per questo, un valore ancora più emblematico il dato che emerge dalla relazione annuale presentata l’altro giorno in Parlamento.

Nel 2021 a Napoli si sono contati 178 provvedimenti di riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione: il numero più alto tra le Corti di Appello d’Italia. Un numero su cui incide l’accelerazione allo smaltimento dei fascicoli data dai vertici degli uffici giudiziari, ma che sicuramente dà la misura di quanto sia ancora diffuso nel nostro distretto il problema della ingiusta detenzione. In tutta Italia i provvedimenti sopravvenuti nel 2021 sono stati 1.284, 178 dei quali provenienti dalla sola Corte di Appello di Napoli. Nell’anno appena trascorso, sempre a Napoli, sono stati 169 i procedimenti esauriti e 40 i provvedimenti accolti con ordinanze definite, con una media di accoglimento pari ad appena il 24%. Una media che cresce, seppure di poco, a livello nazionale: 33%. Quanto alle misure cautelari, la relazione annuale al Parlamento ha registrato, a livello nazionale, un complessivo calo delle misure coercitive rispetto al biennio che ha preceduto la pandemia.

Ma i numeri restano sempre alti: nel 2021 le misure coercitive sono state 81.102 mentre nel 2018 superavano la soglia delle 95mila. I dati contenuti nella relazione dicono anche che i 3/4 delle misure vengono emesse dalle sezioni gip mentre solo il restante 1/4 viene emesso dalle sezioni dibattimentali. Questo vuol dire che prevale la carcerazione preventiva nella fase delle indagini. Nel 2021, in Italia, il 73,2% delle misure cautelari sono state firmate da un gip (giudice delle indagini preliminari) mentre solo il 26,5% da un giudice del dibattimento. Il braccialetto elettronico è usato pochissimo. Il carcere resta la misura cautelare più diffusa, seguito dagli arresti domiciliari. E se a livello nazionale il carcere è la misura decisa nel 29,7% dei casi e gli arresti domiciliari nel 22,2%, seguite dalle altre misure (obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, divieto di avvicinamento, divieto di dimora, obbligo di dimora, custodia cautelare in luogo di cura), è a Napoli che il carcere raggiunge la percentuale più alta (51,2%), il 26% delle misure emesse impone arresti domiciliari, solo il 9,6% l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Intanto le carceri sono strapiene e, nonostante si faccia un gran parlare di misure alternative, le celle continuano ad essere affollate e negli istituti di pena circa la metà della popolazione detenuta è in attesa di sentenza. Secondo dati del ministero della Giustizia, nelle carceri della Campania al 30 aprile erano presenti 6.806 detenuti a fronte di una capienza di 6.113 posti. A gennaio erano 6.702.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).