«Mi domando cara Silvia che cosa posso insegnarti dalle mura di Regina Coeli. Fra le mura della 16 bis dove fa un caldo atroce. Siamo in sei disperati e fuori si vede il cielo. Che posso insegnarti, mi chiedo, perché a te, devi saperlo, è a te che il mio cuore più spesso vola…». Era l’estate del 1983, Enzo Tortora aveva da poco iniziato il terribile calvario giudiziario che lo portò in cella da innocente. Silvia, sua figlia, è morta ieri a Roma. Aveva 59 anni, come suo padre quando morì. E come suo padre, era una giornalista che aveva scelto di raccontare la verità dei fatti e si è spesa in nome del garantismo.

La notizia della sua morte ha aggiunto dolore e amarezza al ricordo di una delle pagine più dolorose della storia giudiziaria napoletana, oltre che nazionale. Enzo Tortora fu ingiustamente detenuto e processato. «Mai più» si disse dopo lo scandalo giudiziario che lo travolse. E invece cosa è cambiato in questi quasi quarant’anni? Napoli continua ad essere la capitale delle ingiuste detenzioni, e sebbene sia un distretto giudiziario molto ampio con numeri ben superiori a quelli di altri distretti è pur vero che detiene questo triste primato da quasi dieci anni.

Le ingiuste detenzioni sono state 101 nel 2020, a febbraio si conosceranno i casi del 2021 e ai dati ufficiali bisognerà aggiungere un centinaio o più di innocenti invisibili che non hanno avuto accesso al risarcimento per l’ingiusta detenzione per un “cavillo” (è accaduto che il risarcimento, per esempio, sia stato negato a chi da indagato si è avvalso della facoltà di non rispondere, perché pur avvalendosi di un proprio diritto avrebbe contribuito all’errore degli inquirenti che lo avevano messo in carcere per accuse poi rivelatesi infondate) oppure per una scelta personale (sono molti quelli che dopo anni di processo vissuti da innocenti ingiustamente detenuti non hanno più né la forza economica né quella mentale di intraprendere un nuovo percorso giudiziario seppure per vedersi riconosciuto un proprio diritto, cioè quello al risarcimento per il danno subìto dalla detenzione ingiusta).

L’ingiusta detenzione è una delle più dolorose piaghe del nostro sistema giustizia. «Il mio compito- scriveva Tortora dopo il suo arresto del 17 giugno 1983, in una delle tante lettere inviate alla compagna Francesca Scapelliti – è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza, ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere. Su delazioni di pazzi criminali». Il processo a Enzo Tortora si svolse a Napoli negli anni del post-terremoto, dei magistrati che si giocavano la carriera anche sulle indagini sulla camorra e dei primi collaboratori di giustizia. Il processo seguiva il vecchio codice penale e ai pentiti Gianni Melluso, Giovanni Pandico e Pasquale Barra i pubblici ministeri dell’epoca diedero credito al punto da mandare in galera un innocente. Tortora fu ritenuto coinvolto in un giro di droga che riguardava uomini della Nco di Raffaele Cutolo. Tutto falso. L’avvocato Giovanni Palumbo era all’epoca un giovane penalista e affiancava suo padre, l’avvocato Tommaso Palumbo, nella difesa di due imputati che secondo la fantasiosa ricostruzione dei pentiti avrebbero fornito droga al famoso giornalista. «Ricordo ogni udienza, era chiaro sin dal primo momento che ai pentiti si era dato troppo spazio creando confusione tra falsità e verità ma ci vollero anni per dimostrarlo».

Le parole di Tortora rivolte ai giudici prima che andassero in camera di consiglio («Devo concludere dicendo: ho fiducia. Io sono innocente, lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi in questo dibattimento. Io spero, dal profondo del cuore che lo siate anche voi») sono il momento che l’avvocato Palumbo ricorda con maggiore commozione. E di fronte ai dati, ancora oggi impietosi, sugli innocenti in cella commenta: «Non ci sarà nessuna riforma veramente efficace finché nel nostro sistema non sarà attuata una vera svolta culturale e abbandonata del tutto quella mentalità di tipo inquisitorio che ancora resiste».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).