«Emanuele Macaluso, il mio amico Emanuele, è stato per tutta la sua lunga, intensa, vita un riformista impegnato linearmente, coerentemente, a sinistra, sempre dalla parte delle classi lavoratrici. Perché una sinistra senza popolo, diceva, non è sinistra. E mi ricordava anche, ad ogni occasione, che rimaneva un garantista, anzi, che lo stava diventando sempre di più». Il ricordo di un grande d’Italia, e non solo della sinistra, Emanuele Macaluso, che Marcelle Padovani, una delle più autorevoli giornaliste e saggiste francesi, storica corrispondente in Italia del Nouvel Observateur, regala a Il Riformista.

Ad unirli è stato prima di ogni altra cosa l’amore per la Sicilia, terra a cui Padovani ha dedicato alcuni libri di successo, in Italia e all’estero, parte di una produzione davvero notevole. Tra i suoi libri, ricordiamo Giovanni Falcone. Con Marcelle Padovani. Cose di cosa nostra (Bur Biblioteca Univ. Rizzoli); Mafia, mafie (Gremese Editore); Leonardo Sciascia. la Sicilia come metafora. Intervista di Marcelle Padovani (Arnoldo Mondadori editore) Les Dernières de la Mafia (Folio Actuel Inedit); Vivre avec terrorisme: le modèl italien (Calmann-Lèvy); La lunga marcia del Pci (Mursia). «La diffidenza di Macaluso verso il Pd – rimarca Padovani – non era certo di stampo populista, ma nasceva da un giudizio critico sulla sua classe dirigente e sul distacco da quelle masse lavoratrici rimaste senza rappresentanza politica a sinistra».

Nel suo ricordo di Emanuele Macaluso, parlando alla cerimonia funebre, lei ha toccato varie corde, tutte emozionanti. A cominciare dal ricordo di due passioni che vi accomunavano: la montagna e la Sicilia.
Sì, eravamo due montanari amanti della Sicilia. La nostra frequentazione si era fatta più assidua da una decina di anni, sui sentieri di montagna sopra San Candido, in Alto Adige, dove Emanuele trascorreva almeno due mesi all’anno. Nonostante l’età, non perdeva mai fiato, si teneva in gran forma. In quelle lunghe passeggiate di montagna ho scoperto non il Macaluso dirigente storico del Pci, quello mi era ben noto da tempo, ma il Macaluso collega, che aveva una curiosità e una puntigliosità da debuttante. D’altro canto, è stato un grande direttore di quello che è stato un grande giornale, l’Unità. Una cosa che mi colpì allora era il suo non tollerare la perdita di memoria. Lui aveva una memoria prodigiosa e ricordo ancora come fosse ieri, la volta in cui mi riprese su episodi accaduti in Sicilia nel lontano dopoguerra, correggendo alcune date, alcuni episodi di quella straordinaria, e assieme tragica in molte sue pagine, Sicilia che è stata sempre al centro del suo impegno politico e intellettuale, fino all’ultimo dei suoi giorni.

La Sicilia, per l’appunto. Un amore condiviso…
Direi proprio di sì. Per Emanuele la Sicilia era un metro di misura della normalità della vita pubblica e forse anche privata…

La Sicilia come metafora. È il titolo di un suo libro-intervista a Leonardo Sciascia…
Grazie per averlo ricordato, ma non tanto per me, quanto per dire che di Sciascia, Emanuele Macaluso fu un grande amico. Come fu amico di altri grandi scrittori siciliani, come Camilleri, Bufalino, Vittorini, Brancati. Lui mi fece conoscere l’ “altra” Sicilia, quella nobile, generosa, combattiva, orgogliosa di sé. L’isola dei lavoratori, del popolo, delle rivolte e delle rivoluzioni. L’isola dei grandi scrittori, lui li ha conosciuti tutti, e cineasti come Pif, Ciprì e Manisco, Tornatore. L’isola di Giovanni Falcone, che lui stimava tantissimo.

La lotta alla mafia ha segnato la vita di Emanuele Macaluso. In una delle sue ultime interviste, concessa a questo giornale, ricordammo la Sicilia dei braccianti. Fu lui a parlare a Portella della Ginestra il Primo Maggio del 1948, l’anno dopo la strage mafiosa, e l’anno scorso, a 95 anni , era voluto tornare a parlare nel luogo dove la banda di Salvatore Giuliano sparò contro la folla uccidendo 11 persone. Ha sempre lottato per la legalità, ma non è mai stato giustizialista…
È così. Lui mi ricordava ad ogni occasione che rimaneva un garantista, anzi, che lo stava diventando sempre di più.
Un impegno a sinistra che lo ha contraddistinto anche negli ultimi anni, con i suoi pungenti, e seguitissimi, corsivi firmati EM.MA. La mattina si consultava con il suo grande amico e collega Sergio Sergi per decidere l’argomento su cui scrivere. Prima, però, si era letto tutti i giornali che andava a comprare, durante la sua passeggiata mattutina, nell’edicola di Testaccio, lo storico quartiere di Roma in cui era andato a vivere. Senza scrivere, io muoio, aveva confessato in una intervista, e il giornalismo è stata l’altra sua grande passione, passione ancor più che attività, come lo fu la politica. Nelle ultime settimane aveva smesso di scrivere, o comunque molto diradato l’impegno. E ai tanti amici, politici, giornalisti, che lo chiamavano per esortarlo a riprendere quella preziosa, per tutti, attività, diceva ma che volete, che vi racconti delle mascherine? Una considerazione amara, figlia di tempi amari. Quelli che in uno dei suoi ultimi corsivi, dettati al suo amico Sergi e da lui mirabilmente trascritti, Emanuele affermò che la politica è morta. Di certo, era morta la politica intesa come confronto, anche aspro ma corretto, di idee, di visioni, di progetti. La bella politica. La sua politica. Non sempre eravamo d’accordo. Lui, ad esempio, non era favorevole a un Conte bis, ed era decisamente contrario all’alleanza del Pd con i 5 Stelle, mentre io ero più possibilista, e pur di fermare i sovranisti alla Salvini, favorevole. Lui non cambiò mai idea. Meglio le elezioni, sosteneva. Era un uomo del secolo scorso, per la carta d’identità, ma il suo mood non è mai stato nostalgico. Cercava di cogliere il positivo in ogni situazione. Coltivava una memoria storica, certamente, ma con gli occhi, il cuore e la mente proiettati nel futuro.

In molti, anche nello scrivere sulla sua scomparsa, hanno provato ad “etichettare” Emanuele Macaluso: un comunista anticonformista, un socialista mancato, un “miglioirista” e via citando… Non le chiedo una “etichettatura”, ma per lei quale sintesi si avvicina meglio per raccontare Emanuele Macaluso?
Fu un riformista, impegnato linearmente, con una coerenza che non è mai venuta meno, a sinistra, a favore delle classi lavoratrici. Fu un uomo che cercò sempre di coniugare idealità e concretezza, solido, tenace, sempre vicino alla gente. Non perse mai il senso del rapporto col popolo. Per lui una sinistra senza popolo, semplicemente non era più sinistra. Un popolo il cui riscatto, Emanuele non ha mai concepito solo in termini economici, sociali, ma anche culturali. E da politico e da giornalista, ha sempre cercato di offrire a quel popolo gli strumenti per la sua libertà.

La scomparsa di Macaluso è quasi coincisa temporalmente con il centenario della fondazione del Pci. Non solo come corrispondente del Nouvel Observateur ma anche come autrice di libri – “La lunga marcia” – lei ha raccontato la storia della sinistra italiana dalla prima Repubblica al gramo presente.
Ai lettori francesi ho cercato di raccontare dell’esistenza in Europa occidentale di un Partito comunista che non era filomoscovita ad oltranza come il Pcf. Un partito meno ideologico e più aderente alla realtà, che aveva capacità amministrative e di governo di importanti città e regioni italiane, cosa che mancava ai comunisti francesi. Oggi il Pci non c’è più anche se l’erede in parte, il Pd, è accreditato di più del 20%, mentre il Pcf è ridotto al 2,3, cifre da prefisso telefonico. Questo per dire che rimane questa capacità del partito italiano a essere un protagonista della vita politica. Resta il fatto che la classe dirigente è carente, che il radicamento locale è latitante, non c’è quasi più. Sono due cose che anche per Macaluso erano davvero molto importanti. Ed è per questo che lui diffidava del Pd oggi. Non solo per motivi di strategia, l’alleanza con i 5 Stelle, ma per carenze fondamentali che riguardavano lo spessore della classe dirigente del Partito democratico e l’incapacità manifesta a rappresentare le masse lavoratrici che per Macaluso erano il suo orizzonte. Lui aveva finito per diffidare della politica non per qualunquismo o per populismo, che lui aborriva con tutto se stesso, ma la sua diffidenza nasceva da motivi concreti, di uno che era stato dentro la politica per tutta la vita.

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Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.