Massimo Bossetti non si arrende: continua a dichiararsi innocente e lancia un appello dal carcere. Il muratore condannato definitivamente all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio lancia un appello dal carcere. Parole pubblicate dal settimanale Oggi. Il caso risale a 10 anni fa, quando la 13enne scomparve, dopo essere stata al centro sportivo di Brembate di Sopra, Bergamo. Il corpo venne ritrovato dopo tre mesi esatti, il 26 febbraio 2011, da un aeromodellista, a Chignolo d’Isola, a 10 chilometri da Brembate. Sul cadavere straziati i segni di una speranza, un trauma cranico, una profonda ferita al collo e almeno sei ferite da taglio. Per l’efferatezza e le intricate indagini il caso assunse un’enorme eco mediatica. E anche su questo rilancia Bossetti: il suo avvocato qualche giorno fa ha parlato di “giustizialismo” mediatico “colpevolista e forcaiolo” sul muratore accusato e condannato dell’omicidio. Il caso, secondo quanto emerso negli ultimi mesi, potrebbe diventare anche una serie Netflix.

Il muratore di Mapello è detenuto nel carcere di Bollate, e lancia il suo appello in un’intervista a Oggi e dice: “Aiutatemi aiutatemi aiutatemi, sono disperato. Toglietemi di dosso sta ca**o di devastante etichetta o dentro di me non troverò la pace. Per favore statemi tutti vicini e aiutatemi seriamente a far sì che la disperazione non prenda il sopravvento”.

Un passaggio anche sulla decisione della sorella, esternata recentemente, di cambiare cognome per tagliare ogni rapporto con il fratello: “Non credo di dover sperperare ai quattro venti come quella persona è abituata le cose private e familiari solo per mettere in risalto la propria visibilità e notorietà. Quella persona ha preferito voler soffocare l’affetto, sostituendo il proprio cognome, cosa che non condivido affatto, per niente … Avendo lei stessa affermato più volte di volermi bene e di credere nell’assoluta mia innocenza, a maggior ragione, avrebbe dovuto ancor più lottare con le unghie a denti stretti e a spada tratta, con tutta la forza necessaria, tenendo ancor più alto e vivo il proprio cognome che tanto ci accomuna”.

DIECI ANNI – “Yara non ha avuto giustizia, io sono dietro le sbarre ma non sono il colpevole”, aveva detto Bossetti ad AdnKronos, in un’intervista a 10 anni dai fatti di Brembate. “Io non voglio uscire per un cavillo, voglio uscire perché la perizia sul Dna dimostra che non sono un assassino”. Nel novembre 2019 la Corte d’Assise di Bergamo aveva autorizzato la difesa dell’uomo a riesaminare i reperti, tra cui indumenti della ragazza uccisa e il dna conservato all’Ospedale San Raffaele di Milano.