Uno studio pubblicato su una rivista americana e presentato dagli autori in un articolo sul Wall Street Journal ha descritto una raccapricciante procedura di espianto di organi condotta in Cina su detenuti condannati a morte, con o senza il loro assenso, e a volte anche vivi. Pratica che sarebbe andata avanti dal 1980 al 2015 ma che secondo gli studiosi potrebbe essere ancora in atto clandestinamente.

La ricerca è stata condotta su tremila documenti in lingua cinese redatti dai circa 300 medici che avrebbero effettuato gli interventi in 56 ospedali della Repubblica Popolare. Lo studio firmato dal chirurgo israeliano Jacob Lavee, direttore del trapianto cardiaco presso lo Sheba Medical Center di Tel Aviv, e dal ricercatore australiano Matthew Robertson, della Victims of Communism Memorial Foundation, è stato pubblicato inizialmente sulla rivista scientifica American Journal of Transplantation.

“Erano i medici stessi a togliere la vita al detenuto con i loro bisturi”, si legge in uno dei passaggi che descrive l’aspetto più inquietante della ricerca. “Spesso sono i chirurghi stessi a spiegare come il paziente fosse ancora vivo al momento dell’intervento, e che era il distacco del cuore pulsante il motivo dell’immediato decesso”. Pratica contraria al giuramento di Ippocrate secondo il quale un medico non può causare un danno “volontario” sul paziente e all’etica sugli espianti di organi internazionalmente riconosciuta (anche dalla Cina) che impone rigide regole come quella cosiddetta del “donatore deceduto” secondo la quale il prelievo di organi non deve iniziare finché il donatore non viene formalmente dichiarato morto.

La ricerca ha invece documentato almeno 71 di questi casi. Gli studiosi sospettano che tali pratiche stiano continuando clandestinamente “considerate le statistiche e i tempi brevi di attesa per i trapianti nella Repubblica Popolare” e che siano concentrate soprattutto su due tipologie di detenuti: i membri della setta Falun Gong e gli uiguri dello Xinjiang.

Secondo gli studiosi l’indignazione globale contro queste pratiche è frenata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che ha “chiesto consiglio ai chirurghi trapiantisti cinesi” per istituire una task force sul traffico di organi e li ha inseriti nel comitato. Lavee e Robertson hanno anche accusato l’Oms di aver “attaccato le nostre ricerche”. Solo a inizio maggio l’esperto Ethan Gutmann aveva spiegato a un panel del Congresso come secondo una sua ricerca le autorità cinesi mettono in atto un diffuso prelievo forzato di organi su decine di migliaia di persone all’interno dei campi di prigionia dello Xinjiang. E aggiungeva anche che una delle strutture si trovava vicino a un crematorio.

La Cina, secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, resta il Paese dove la pena di morte è più praticata. I numeri non sono noti in quanto le informazioni sono classificate come segreto di Stato. “Per questo motivo le cifre globali riguardo esecuzioni e condanne a morte stilate da Amnesty International escludono le migliaia di persone che l’organizzazione ritiene siano state messe a morte o condannate in Cina” e “sulla base di fonti pubbliche cinesi tra il 2014 e il 2016 sono state eseguite almeno 931 condanne a morte, solo 85 delle quali sono riportate nel registro”.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.