Divisi in Europa. In ordine sparso in Italia. Il centrodestra assomiglia sempre di più ad un simulacro di cartapesta che perde pezzi a ogni tornante elettorale.
Le urne francesi e le meno note urne slovene dove, sempre domenica, si è registrato l’inatteso successo dei Liberali-progressisti di Robert Golob sono una pietra d’inciampo per la tenuta della coalizione. Semplificando: vince Forza Italia saldamente nel Ppe e tifosa del centro di Macron; perde Salvini che però è stato il primo leader europeo, domenica sera, a complimentarsi con “Marine per il coraggio e la coerenza”, premiata dal voto di 13 milioni di francesi, “un consenso in grande crescita”. Tutto vero. Ma Le Pen ha perso per la terza volta di fila le presidenziali. Giorgia Meloni sceglie il silenzio.

La leader di Fratelli d’Italia ha il terrore di diventare “una perdente di successo” come la collega d’Oltralpe, ne studia mosse, errori ed impara. Non è il “Rassemblement national” il suo punto di riferimento bensì i Conservatori europei che, facendo capo alla Polonia, in questo momento sono quanto mai allineati con l’Europa, con la Nato e con gli Usa. E pazienza per Viktor Orban che, rieletto per la quarta volta due settimane fa, è al momento un leader isolato. La guerra in Ucraina sta ridisegnando l’ordine del mondo. Anche il blocco di Visegrad non esiste praticamente più. Tutte buone notizie per chi ha a cuore il futuro dell’Europa. Meno per chi fino a pochi mesi fa rivendicava il sostegno a Putin e al sovranismo da ogni parte arrivasse (il consigliere di Trump, Steve Bannon, ad esempio). Se Salvini fa il tweet in favore di Le Pen, Meloni resta defilata, capisce che ogni mossa può risultare sbagliata tra pochi giorni. “Mi sto preparando per la nostra Conferenza programmatica” spiegava ieri in un’intervista a Libero. “Sto cercando soluzioni serie per il nostro paese, è il mio modo per difendere libertà e democrazia”.

Non s’è fatta vedere, infatti, in nessuna delle manifestazioni organizzate in tutta Italia per celebrare il 25 aprile, la libertà e la liberazione. Neppure Salvini, a dir la verità. Forza Italia ha potuto rivendicare il 25 aprile che Berlusconi celebrò a Onna, epicentro del terremoto in Abruzzo, nel 2009: una festa di tutti coloro che hanno combattuto per la liberazione e la democrazia. Fu, quello, il momento più alto nel consenso del Cavaliere premier per la quarta volta. Oggi Berlusconi cerca di usare quel po’ di potere che gli è rimasto – essere l’assicurazione politica che può garantire a livello internazionale le leadership di Salvini o Meloni – per tenere in piedi il centrodestra. Rinvia e mette in stand by la collocazione europea della coalizione. Lavora per trovare l’intesa sulle amministrative del 12 giugno. Che ancora non c’è. Negli appuntamenti che contano, ovviamente. Che sono quelli siciliani. Il 12 giugno andranno al voto circa 950 comuni ma il focus sarà sui 26 capoluoghi di provincia di cui quattro di Regione (Genova, L’Aquila, Catanzaro e Palermo). Il centrodestra controlla 18 delle 26 giunte uscenti (tre sindaci sono della Lega, 3 di Fdi, 6 di Forza Italia, 4 di indipendenti di centrodestra, uno di Coraggio Italia e uno di Cambiamo).

Il centrosinistra controlla solo 5 amministrazioni uscenti. Il centro del maremoto è la Sicilia che ha un doppio appuntamento, comunali a Palermo e Messina a giugno; regionali a settembre. Meloni vuole confermare la presidenza di Musumeci alla guida dell’assemblea regionale. Forza Italia e Lega non ne vogliono sapere. Il motivo è legato agli equilibri interni: il governatore uscente con la sua lista “Sarà bellissima” ha fatto shopping nella Lega e in Forza Italia spostando il pacchetto del consenso verso Fratelli d’Italia. E questo ha creato odi insuperabili. Oltre che aver fatto saltare tutti gli equilibri. Se prima non si risolve la casella regione, non vanno a posto tutte le altre (per le comunali). Per superare lo stallo domenica Berlusconi ha chiamato Meloni. Con un nulla di fatto, però. Ci sarà una call a tre che ancora però non è in agenda. “Mi sembra che la cosa fondamentale sia essere uniti, perché uniti si vince, divisi si perde. Credo quindi che ci debba essere al più presto un incontro tra noi, Fratelli d’Italia, la Lega e le altre forze politiche del centrodestra per individuare e decidere delle candidature condivise” è stata la mediazione del Cavaliere. Fratelli d’Italia non retrocede su Musumeci. Vorrebbe quasi far dimettere il governatore per accorpare il voto.

Lega e Forza Italia sono pronte a lanciare la candidatura a sindaco di Palermo di Francesco Cascio (Fi) in ticket con Alberto Samonà (uomo di Salvini). Fdi ha pronta la carta di Carolina Varchi. Ieri mattina Meloni ha ripetuto: “Se salta Nello, salta tutto”. Facendo salire la pressione a tutte le altre candidature su cui sarebbe stato raggiunto un accordo. “L’accordo manca solo in Sicilia” abbassano i toni fonti della Lega. Non è esattamente così. Verona, Parma e Catanzaro sono ancora caselle vuote. “Siamo stati sempre disponibili a fare un passo indietro su nostri candidati purché non si mettesse in discussione un principio valso finora: gli uscenti che hanno lavorato bene, non hanno problemi e vogliono ricandidarsi, sono confermati. Oggi si chiede di rimettere in discussione questo principio nel caso di Nello Musumeci, forse colpevole di essersi avvicinato a Fratelli d’Italia. Se dovesse saltare in Sicilia il principio della ricandidatura degli uscenti, non si vede perché dovrebbe essere mantenuto altrove”.

Il centrodestra rischia così di perdere la seconda tornata elettorale nelle amministrative dopo quella di ottobre dove era favorita. A quel punto la coalizione finirebbe su un piano inclinato dal punto di caduta assai incerto in vista delle politiche del prossimo anno. “Il centrodestra è come lo yeti – assicura una fonte di Fratelli d’Italia – molti giurano che esista, di averlo visto ma da anni non se ne ha traccia. E sulle amministrative si scatenano tutti i livori e le antipatie nazionali che si sommano alle guerriglie locali”. “Il problema – aggiunge una fonte della Lega – è l’incomunicabilità tra Salvini e Meloni, una concorrenza malata”. Poi, certo, in politica tutto è recuperabile. Bisogna vedere se ne vale ancora la pena. Anche perché restare da soli, più per Meloni che per la Lega, potrebbe voler dire assicurarsi il ruolo di perdenti di successo. Come Le Pen.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.