“Il centrodestra unito agita temi nazionali come la delega fiscale solo per coprire il Vietnam che hanno in casa” dice una senatrice Pd a margine della maratona per approvare il Documento di economia e finanza. La guerra in Ucraina assorbe energie e interesse collettivo. Ma le elezioni amministrative sono alle porte, il 12 giugno è dietro l’angolo, e se non ci fosse la guerra e la crisi economica che ne deriva, sarebbe questo il tema del confronto politico nazionale. Che offre, soprattutto nel centrodestra, un altro scenario di macerie e sconfitte. E se le amministrative di giugno saranno l’anticamera e il laboratorio per le politiche della prossima primavera, possiamo dire che il centrodestra rischia una nuova Caporetto – come già è successo nelle amministrative dell’ottobre scorso quando seppur favorito dai sondaggi nazionali ha perso cinque su sei capoluoghi di regione al voto.

Se nell’ottobre scorso Meloni fu costretta a dire che “il centrodestra ha perso” e, a gennaio, dopo il delirio della settimana delle votazioni presidenziali che hanno riportato Mattarella al Quirinale ha affermato che “il centrodestra non esiste più” e che andava “rifondato”, la terza sconfitta consecutiva alle prossime amministrative potrebbe essere letale. Il 12 giugno andranno al voto circa 950 comuni, ma il focus sarà sui 26 capoluoghi di provincia (di cui 4 capoluoghi di Regione: Genova, L’Aquila, Catanzaro e Palermo). Il centrodestra controlla 18 su 26 giunte uscenti nei capoluoghi di Provincia chiamati al voto (3 sindaci uscenti sono della Lega, 3 di Fratelli d’Italia, 6 di Forza Italia, 4 indipendenti di centrodestra, uno di Coraggio Italia e uno di Cambiamo) mentre il centrosinistra controlla solo 5 amministrazioni uscenti (3 del Pd e 2 indipendenti di centrosinistra). Tre comuni infine vengono da giunte sostenute da Liste civiche. Il centrodestra avrebbe raggiunto l’accordo in 20 grandi Comuni sui 26 che andranno al voto il 12 giugno. Ma sono quei sei, per l’appunto, che faranno la differenza

A meno di due mesi il puzzle dei candidati è ben lontano da essere completo. E da Verona alla Sicilia, le urne più pesanti, il centrodestra non c’è più. C’è l’eccezione Genova dove il sindaco Bucci, area Forza Italia, allargherà il suo consenso ai progressisti di Italia Viva (ieri è stato ufficializzato dall’onorevole Raffaella Paita) in quell’esperimento del nuovo centro che cerca di tenere lontane le estreme di destra e di sinistra, di mettere insieme le forze progressiste, quelle del fare. Un esperimento che troveremo anche in altre città. La Sicilia si conferma laboratorio per nuove dinamiche nazionali. La partita sarà tripla. A giugno vanno al voto due comuni chiave come Palermo (Orlando, Pd, è l’uscente) e Messina, regno del sindaco teatrante Cateno De Luca, una carriera politica rigorosamente al centro, dalla Dc alla lista civica Sicilia vera, con evidenti connotati di destra. In ottobre va al voto la Regione guidata dal governatore Carmelo Musumeci, da sempre il candidato della destra più nobile che Giorgia Meloni vuole candidare per il secondo mandato. Infine, proprio in Sicilia sono in corso le manovre per il grande centro.

Ma andiamo con ordine. Fratelli d’Italia sta spingendo il suo candidato Musumeci alle dimissioni anticipate così da accorpare il voto delle comunali con quello delle regionali. Ignazio La Russa è il mediatore in campo. Da giorni sta cercando un incontro con Berlusconi per convincerlo “a tenere il centrodestra unito a Palermo e alla Regione”. “Noi siamo disposti – è il ragionamento che si fa in Fratelli d’Italia – a ritirare la nostra candidata carolina Varchi per appoggiare il nome scelto da Lega e Forza Italia (Francesco Cascio, ndr). Però occorre decidere subito anche per la regione. Non si capisce perchè non debba essere confermato Musumeci”. Che nei fatti non ha più la maggioranza nell’Ars ma anche questo appartiene alle storie siciliane. Il filo logico da seguire in queste eterna diatriba nel centrodestra è sempre lo stesso: Lega e Forza Italia non vogliano diventare succursali della Meloni. Anche perchè entrambi considerano limitato il progetto politico dell’estrema destra. Il voto in Francia domenica sarà un test importante. Far dimettere Musumeci adesso (al massimo entro due settimane) per votare tutto a giugno, vuol dire costringere Berlusconi ad una decisione che diversamente logorerà il centrodestra per tutta l’estate.

Non estranea a queste decisione, è l’altro laboratorio in allestimento a Palermo. Qui il nome che conta è quello di Roberto Lagalla, espressione dell’Udc e finora assessore della giunta Musumeci e il nome intorno a cui si cerca di far coagulare l’operazione Grande Centro. Davide Faraone, capogruppo di Iv al Senato, ha ritirato la sua candidatura e ha deciso di andare in appoggio a Lagalla. Che è anche uomo di Gianfranco Miccicchè, il coordinatore regionale azzurro (“Fi è la prima forza politica nell’Isola”) che sembra voler giocare di sponda più con i centristi che con Salvini e Meloni. Lagalla come Bucci a Genova: questo lo schema. In alto mare anche le partite di Verona, Parma e Catanzaro. Nella città calabrese continua a far discutere la candidatura del docente universitario Valerio Donato (ex dirigente del Pci-Pds-Ds-Pd) sul quale, oltre a Forza Italia e Lega, sono confluiti anche Udc ed ex esponenti del centrosinistra. Su Donato, però, temporeggia Fratelli d’Italia.

A Parma fa discutere la ricandidatura di Pietro Vignali. A fianco dell’ex sindaco ci sono la Lega, Forza Italia, Cambiamo, Noi con l’Italia e due liste civiche. Manca, anche qui, il via libera di Fratelli d’Italia a cui non piace tutto questo centro. A Verona, infine, Forza Italia non ha alcune intenzione di appoggiare l’uscente Sboarina (Fdi) sostenuto anche dalla Lega. Gli azzurri guardano piuttosto al ribelle Tosi che potrebbe trovare seguito anche al centro. Le prossime amministrative saranno il laboratorio politico per il Grande Centro, dal nord al sud.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.