A voler seguire tutti i consigli arrivati negli ultimi giorni sull’intelligenza artificiale, bisognerebbe fare due cose opposte: rallentare e sbrigarsi. Rallentare, perché le capacità dei modelli più avanzati stanno crescendo più velocemente dei sistemi costruiti per controllarli. Sbrigarsi, perché l’Europa rischia di arrivare tardi proprio mentre l’IA comincia a incidere sulla produttività, sul lavoro e sulla competizione tra economie. Il problema è capire che cosa significhi davvero rallentare. La richiesta di Dario Amodei di ridurre il ritmo con cui crescono le capacità dei modelli più avanzati ha trovato due adesioni tutt’altro che marginali: Sam Altman ed Elon Musk gli hanno dato pubblicamente ragione. Proprio questa convergenza rende la domanda più urgente: rallentare che cosa, e come?

Sottoporre i modelli a controlli più severi non significa necessariamente svilupparli più lentamente. E rallentare lo sviluppo non significa rallentare l’adozione. Sono decisioni diverse, con costi e conseguenze diverse. Dove si vede, allora, il rallentamento? Quale sviluppo viene rinviato, quale limite viene accettato, quale costo viene sopportato? Altrimenti rischiamo di chiamare rallentamento ciò che è, più precisamente, un tentativo di rendere più controllata una corsa che continua. Una delle proposte di Amodei rende bene la differenza. Anthropic si è impegnata a consentire a valutatori indipendenti un accesso permanente ai propri sistemi, paragonabile a quello dei dipendenti. È un vincolo concreto e verificabile. Ma è un controllo sulla corsa, non necessariamente una riduzione della sua velocità. Per capire se la frenata ci sia davvero bisognerà guardare alle decisioni e, soprattutto, ai costi che chi la propone è disposto a imporre a se stesso.

Prendere sul serio questa distinzione non significa minimizzare i rischi. Significa dimensionarli. L’International AI Safety Report 2026, guidato da Yoshua Bengio e realizzato da oltre cento esperti, osserva che i sistemi attuali non possiedono ancora le capacità necessarie per produrre scenari di perdita del controllo. Registra però progressi in alcune capacità rilevanti per quel rischio. Precauzione, dunque. Che è cosa diversa dalla paura. Ma la velocità dell’IA non riguarda soltanto i laboratori. Appena la tecnologia esce da lì e incontra l’economia, il problema cambia. Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia ed ex capo economista della Banca Mondiale, ha indicato sul Financial Times una contraddizione difficile da aggirare. Gli investimenti giganteschi nell’IA presuppongono una diffusione rapida della tecnologia e guadagni altrettanto rapidi di produttività e profitti. Ma se l’adozione corre troppo, il lavoro può essere sostituito prima che l’economia riesca a creare nuove mansioni, spostare competenze e assorbire gli espulsi. Se procede più lentamente, l’aggiustamento è più gestibile, ma i rendimenti attesi dagli investitori tardano ad arrivare. Il capitale, insomma, ha fretta. Il mercato del lavoro ha bisogno di tempo. E i due tempi non coincidono.

C’è poi un ulteriore paradosso, questa volta europeo. L’Unione, spesso accusata di regolamentare prima ancora di innovare, su questo terreno aveva visto il problema in anticipo. L’AI Act ha individuato una categoria specifica di modelli di IA per finalità generali con «rischio sistemico» e ha previsto per questi valutazioni, prove di sicurezza, obblighi di mitigazione, segnalazione degli incidenti e misure di cybersicurezza. In altre parole, prima che dalla Silicon Valley arrivasse la richiesta di rallentare i modelli più avanzati, l’Europa aveva già tradotto una parte di quella preoccupazione in regole. Non significa che Bruxelles abbia trovato la soluzione, né che ogni norma europea sia ben calibrata. Significa che una logica di precauzione applicata ai modelli più potenti era già entrata nell’architettura normativa europea.
Avere visto prima il rischio, però, non autorizza ad arrivare dopo sulla tecnologia. È qui che il ragionamento di Mario Draghi, ancora sul Financial Times, diventa interessante. Secondo scenari della Bce citati dall’ex presidente della Banca centrale, una rapida adozione dell’IA potrebbe aggiungere tra 0,3 e 0,4 punti percentuali l’anno alla crescita della produttività totale dei fattori, sostanzialmente ferma in Europa dal 2022. Ma quel dividendo esiste solo se la tecnologia viene adottata e se esistono le infrastrutture necessarie a sostenerla.

Qui il ritardo europeo diventa quasi fisico. L’Unione ospita meno del 5 per cento della capacità mondiale di calcolo per l’IA, contro circa il 75 per cento degli Stati Uniti. E un data center richiede circa 24 mesi per essere costruito negli Stati Uniti e 42 in Germania, anche per i tempi delle autorizzazioni e delle connessioni alla rete. Diciotto mesi di differenza in una tecnologia che cambia nell’arco di pochi mesi. Ed è qui che la domanda «dobbiamo rallentare l’IA?» mostra il suo limite. Non esiste una sola velocità dell’intelligenza artificiale e dunque non esiste un unico pedale. Si può introdurre attrito nello sviluppo dei modelli più avanzati e rimuoverlo nella costruzione delle infrastrutture. Si possono pretendere controlli indipendenti dai laboratori e contemporaneamente accelerare l’adozione nelle imprese. Si può dare al mercato del lavoro il tempo di assorbire una trasformazione profonda senza scambiare la lentezza amministrativa per prudenza. La distinzione è importante soprattutto per l’Europa. Per anni le è stato rimproverato di saper regolare tecnologie costruite altrove. Sarebbe paradossale se, proprio quando una parte dell’industria americana comincia a chiedere quella cautela che Bruxelles aveva già messo nero su bianco, l’Europa trasformasse la precauzione in un alibi per il proprio ritardo. Governare la velocità dell’IA significa allora una cosa più difficile che scegliere tra acceleratore e freno: decidere dove mettere attrito e dove toglierlo. Perché mentre discutiamo se l’intelligenza artificiale stia correndo troppo, rischiamo di scoprire che siamo noi a correre troppo poco.

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Curo AI voglia!, un podcast sull’intelligenza artificiale in collaborazione con Il Riformista. Sono tutrice volontaria di minori stranieri non accompagnati e mi interesso da sempre di diritti, immigrazione, ambiente e territorio. Dirigo Healthcare Policy rivista sulle politiche della salute e le sue industrie, del gruppo Formiche.