Prima l’indimostrata partecipazione al funerale del boss, poi le inconsistenti parentele dei congiunti con soggetti mafiosi e quindi la permeabilità dell’amministrazione comunale alle associazioni criminali del territorio seppur nessun rapporto con Cosa Nostra sia stato mai acclarato. Nonostante tutto ciò, la prima sezione civile della corte d’appello del tribunale di Palermo – presidente Daniela Pellingra – si è espressa sull’incandidabilità dell’ex sindaco di Mezzojuso, Salvatore Giardina: ricorso respinto e incandidabilità confermata. Nelle undici pagine della motivazione, però, sono tanti gli elementi che non tornano. Un passo indietro.

Il comune viene sciolto per infiltrazioni mafiose nel dicembre 2019. Il paese, già da prima, è sotto i riflettori dei media con la trasmissione Non è l’arena di Massimo Giletti che ha raccontato in più puntate la storia delle sorelle Napoli. Le tre donne vittime di danneggiamenti alla recinzione dei loro campi con conseguenti invasioni da parte di bovini che ne hanno danneggiato le colture. Dietro queste azioni ci sarebbe la mano della mafia. Hanno denunciato i fatti e la loro storia ha avuto grande eco. La giunta comunale, allora guidata dal sindaco Giardina, ha espresso più volte solidarietà. Ma l’amministrazione è stata accusata di un comportamento troppo passivo. Lo scioglimento per mafia venne invocato in diretta tv a Non è l’arena. E il provvedimento arriva firmato da Antonella De Miro, ex prefetto di Palermo.

Nelle pagine del documento prefettizio si parla di varie irregolarità amministrative e delle amicizie pericolose di singoli amministratori. Ma l’elemento centrale è la presunta partecipazione di Giardina alle esequie del boss Nicola “don Cola” La Barbera. Antonio Di Lorenzo e Filippo Liberto, legali di Giardina, presentano diverse cartelle cliniche del centro di fisioterapia di Villafrati in cui lavora l’ex sindaco. Documenti firmati dall’ex primo cittadino in un orario compreso tra le 15 e le 19 del 29 ottobre 2004, mentre si stavano svolgendo le esequie del boss. Il tribunale di Termini Imerese, lo scorso agosto, chiamato a pronunciarsi sull’interdittiva elettorale di Giardina, ridimensiona quanto scritto dalla commissione prefettizia: «L’effettiva partecipazione al funerale – scrivono i giudici – non è determinante alla luce della documentazione prodotta in corso di giudizio».

L’impalcatura principale sulla quale si è determinato lo scioglimento per mafia scricchiola. E se i giudici termitani citano il dato relativo alle esequie del boss, questo scompare completamente nel pronunciamento della corte d’appello di Palermo. Che conferma la misura interdittiva elettorale di Giardina sulla base dell’azione amministrativa dell’ente condotta, secondo i giudici, in difformità della legge. Secondo la corte “non è calzante ai fini del reclamo” il fatto che nessuno degli amministratori sia inquisito per mafia. Inoltre “la misura interdittiva elettorale non richiede né l’accertamento di fatti di reato, né che la condotta dell’amministratore integri gli estremi di reati per mafia, essendo sufficiente che sia in colpa nella cattiva gestione della cosa pubblica, aperta alle ingerenze delle associazioni criminali”. Se Giardina avesse amministrato un territorio non aperto alle associazioni criminali, forse sarebbe andata diversamente?

«È sufficiente – continuano i giudici – la presenza di elementi tali da rendere plausibile, in base all’esperienza, l’ipotesi di una possibile soggezione del pubblico amministratore alla criminalità organizzata». In base all’esperienza? Infine a motivare la decisione è «l’inadempimento delle cautele antimafia sulle relative concessioni edilizie», le solite amicizie o parentele con soggetti pregiudicati e l’erogazione di contributi alla pro loco del paese di cui faceva parte Leonardo La Barbera, “legato ad esponenti mafiosi e al pregiudicato Giuseppe La Barbera”. Giardina si difende. «Sulla concessione edilizia data ad un soggetto vicino al boss Provenzano, i miei avvocati hanno dimostrato che questa persona non è mai stata condannata o inquisita. In ogni caso la concessione viene data dal responsabile dell’ufficio tecnico non dal sindaco. Sono documenti che non vanno né in consiglio comunale e neppure in giunta.

Questi errori amministrativi li paga, solitamente, il segretario comunale. Comunque non si è mai sciolto un comune per errori amministrativi». Sul mancato rispetto delle cautele antimafia Giardina spiega: «Ci si riferisce al protocollo al quale degli 81 comuni della provincia palermitana hanno aderito solo in 13. Perché gli altri non vengono sciolti? La prima cosa che si domanda è il certificato antimafia. Se poi la ditta è iscritta alla white-list della prefettura, cosa bisogna fare di più?». La sentenza in sede d’appello per Giardina è un colpo duro da incassare: “Sto perdendo la fiducia nelle istituzioni”. I suoi legali annunciano il ricorso in Cassazione.