Forse, come qualcuno gli suggeriva, Mimmo Lucano non avrebbe dovuto difendersi dalle accuse, almeno da alcune. Avrebbe dovuto rivendicare la propria storia di disobbedienza civile, ribadire che di fronte alla minaccia di disumanità rispetto alla disperazione dei fratelli che arrivavano da oltre il mare lui non conosceva altra risposta che l’umanità, altro rimedio che la filoxenia che nutre da sempre la gente della Locride. Che di fronte alla sofferenza si debba correre il rischio di violare le regole, di pagarne le conseguenze. Forse, come chi gli voleva bene suggeriva, Mimmo Lucano non avrebbe dovuto personalizzare l’idea dell’accoglienza legandola in modo indissolubile a sé stesso e esponendola al pericolo di cadere con lui. Ci fosse riuscito sarebbe stato un gigante. Sulle malversazioni, sulla associazione a delinquere, sulla concussione: lì avrebbe dovuto urlare con tutto il fiato che aveva in gola la propria innocenza.

Lui ha contribuito a creare, insieme a molti, molti altri che sono svaniti dietro la sua figura, un modello di accoglienza straordinario, trasformando il paese dell’abbandono nel posto della rinascita, della speranza. A tutto un mondo politico che falliva in vari modi nell’affrontare l’immigrazione ha contrapposto una soluzione facile, umana, risolutiva. Accogliere, integrare, allargare le braccia, a costo di deformare le regole, di applicare le leggi del cuore. L’esempio di Riace è andato in conflitto con i fallimenti e con gli egoismi italiani, europei, è entrato in collisione con gli scarsi rimedi ministeriali. Sono cominciati gli attriti col ministero dell’interno, già nati con Minniti e poi proseguiti con Salvini. Dal rappresentare un risolutore, a cui venivano scaricate le emergenze, per le prefetture, è passato a essere una sorta di autocrate. La rivista americana Fortune l’ha inserito fra le quaranta persone più potenti al mondo. Mimmo il curdo è diventato famoso, troppo in vista. Un concorrente che è apparso pericoloso a qualcuno. Si è trasformato in un’icona da abbattere. Una relazione prefettizia ha innescato un’indagine giudiziaria obbligatoria. E tutti o quasi sono convinti che Lucano abbia forzato le regole.

Ma tutti o quasi passerebbero i palmi delle mani sopra la brace. Che sia un ladro, un concusso, il capo di un’associazione a delinquere, non ci crede nessuno. Ma il tribunale di Locri ha scaricato 80 anni di condanna a un gruppo che sognava un mondo diverso, 13 anni e 2 mesi tutti per Mìmì. Lo ha fatto a quattro giorni dalle elezioni in cui Domenico Lucano era il candidato di punta della formazione di de Magistris, che si propone di innovare la politica calabrese, ed è evidente che la condanna avrà effetto sul voto. E senza bisogno di pensare ai complotti, l’azione giudiziaria nei confronti di Lucano, nei fatti, ha posto fine al sogno di Riace, nei fatti ne determinerà il risultato politico. Travolgerà il destino umano di Mimmo Lucano, come è stato travolto quello di tanti, tanti uomini, che a queste latitudini si svegliano spesso col suono stridulo delle sirene e dopo, per anni, smarriscono la speranza, a volte la dignità, dentro le aule dei tribunali.

Il percorso dell’ex sindaco di Riace, lungo i corridoi grigi, durerà ancora a lungo. Quando la giustizia chiuderà il proprio ciclo forse non sarà più possibile salvare una storia, un sogno, un uomo. La condanna a Mimmo Lucano colpisce lui, ma per la terra che sta intorno colpisce pure l’Istituzione che l’ha decisa. Perché tutti, o quasi, giurano sull’innocenza dell’imputato. Tutti sono rimasti scossi dall’entità della pena. E in Calabria si sa che il principio costituzionale dell’innocenza è un samaritano troppo lento per arrivare in soccorso, in tempo.

E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.