Ma cosa diavolo successe quel 1 agosto del 2013 in Cassazione? Come si svolse la Camera di Consiglio che condannò Berlusconi e lo mise fuori dal campo della lotta politica? Di dubbi ce n’erano già molti. Stanno diventando una montagna. Nelle ultime 48 ore si sono aggiunti diversi elementi nuovi, e tutti convergono nell’indicare una grande quantità di irregolarità. In particolare ci sono due fatti assai rilevanti.

Primo, la decisione della Procura di Roma di archiviare le accuse di vilipendio alla magistratura nei confronti di alcuni giornalisti (tra i quali anche chi scrive) e soprattutto le motivazioni di questa decisione (che sono state pubblicate dal Fatto Quotidiano).

Secondo, la decisione della Corte Europea (Cedu) di dichiarare legittimo il ricorso di Berlusconi contro questa sentenza e di inviare una sfilza molto imbarazzante di domande all’Italia, che è chiamata a rispondere entro il 15 settembre. Poi toccherà agli avvocati di Berlusconi replicare, infine la Cedu emetterà la sentenza. Se la sentenza dovesse accogliere le proteste di Berlusconi, gli effetti politici sarebbero clamorosi. Ieri, nella sua edizione online, il Fatto Quotidiano si consolava, scrivendo che comunque in nessun caso la Corte Europea potrà ribaltare la sentenza, al massimo imporrà all’Italia un risarcimento nei confronti di Berlusconi. Già, è vero. Semplicemente, se le cose andranno così, sarà la sanzione ufficiale di una gigantesca ingiustizia, di una deviazione dolosa del corso della lotta politica, e della vergogna di diverse campagne di stampa. Magari tutto questo lascia abbastanza freddi gli amici del Fatto. Succede: tutto dipende dall’idea che si ha di giustizia e di giornalismo.

Torniamo alla prima novità, poi vedremo nei dettagli il documento della Cedu. La Procura di Roma, chiedendo l’archiviazione del procedimento contro i giornalisti, fornisce alcuni dettagli su come si svolse la Camera di Consiglio incriminata (il relatore, il giudice Amedeo Franco, prima di morire lasciò una sua testimonianza nella quale dichiarava che quella non era una Corte ma un “plotone di esecuzione” contro Berlusconi e che fu compiuta una vera porcheria. Parole sue). Uno dei giudici che parteciparono a quella seduta ora racconta ai Pm romani che prima di iniziare la discussione lui e i suoi colleghi si accorsero che il relatore – cioè Amedeo Franco – aveva in tasca un registratore che gracchiava. Poi racconta che Amedeo Franco sostenne di sentirsi male e corse in bagno. Poi che tornato dal bagno giurò che non stava registrando nulla. E infine racconta che un altro giudice, malfidato, andò in bagno e trovò l’arma del delitto. Cioè un registratore che consegnò al Presidente, cioè al giudice Esposito. Stop.

Cosa successe a quel punto? La legge avrebbe imposto di interrompere la camera di consiglio, di chiamare i carabinieri, di denunciare l’episodio e consegnare il registratore. Non successe niente di tutto questo. Cosa successe? Non lo sappiamo. Il giudice Franco non fu denunciato, la Camera di Consiglio andò avanti, il giudice Franco, non si sa per quali ragioni, pur essendo in dissenso sulla condanna di Berlusconi, firmò la sentenza. Domanda legittima e spontanea: ci fu un patto che prevedeva la firma di Franco in cambio della non denuncia? Seconda domanda: Franco cercò di registrare la camera di consiglio perché sospettava, già prima che la riunione iniziasse, che quello fosse non una corte imparziale ma un plotone di esecuzione?

Il Pm, Paolo Ielo, non ha potuto denunciare i magistrati che parteciparono alla camera di consiglio, nonostante l’evidenza dell’omessa denuncia e forse qualcosa di più. Non ha potuto perché il reato è in prescrizione. Sono scaduti i tempi. Non sono però scaduti i tempi per l’azione disciplinare. Il Pm ha segnalato il comportamento gravemente scorretto dei giudici al Procuratore generale della Cassazione perché sia avviata l’inevitabile procedimento disciplinare davanti al Csm? E poi, ultima domanda: che fine ha fatto quel registratore consegnato al giudice Esposito? La polizia lo ha potuto esaminare? Capite bene che ci troviamo in una situazione davvero imbarazzante. La magistratura stavolta non potrà far finta di niente, se vuole in qualche modo difendere la sua credibilità già robustamente intaccata dallo scandalo Palamara e poi dall’affaire Amara.

Ma non è finita, perché, appunto, poche ore dopo queste sconcertanti rivelazioni è arrivato il documento della Cedu. Che – e questa è una assoluta rarità – ha dichiarato fondate tutte e dieci le domande che i legali di Berlusconi avevano posto. Non succede quasi mai. La Cedu in genere se gli presenti dieci o quindici quesiti, al massimo te ne accoglie uno o due. Stavolta invece ha messo in discussione tutto l’impianto della svolgimento del processo a Berlusconi (per frode fiscale commessa da Mediaset, della quale Berlusconi non era amministratore e nella quale non aveva cariche societarie, e per la quale è stato condannato lui e solo lui e sono stati assolti o non sono stati neppure indagati tutti gli amministratori: e questo è un caso unico in giurisprudenza: non era mai successo).

Tra le dieci domande ce ne sono tre che sembrano le più importanti, e alle quali molto difficilmente le autorità italiane potranno rispondere. La prima riguarda l’imparzialità di un tribunale presieduto da un magistrato che subito dopo la sentenza e molto prima della deposizione delle motivazioni, ha rilasciato dichiarazioni alla stampa nel merito della sentenza. La Cedu chiede se questo è normale. Nemmeno Travaglio (direttore del giornale per il quale scrive proprio quel magistrato) oserebbe, forse, rispondergli di sì…

La seconda domanda rilevante riguarda il tempo lasciato all’imputato per la difesa. La Corte non rispettò il termine stabilito dalla legge che è di trenta giorni, con la scusa che scadeva la prescrizione. Ma la prescrizione sarebbe scaduta più di un mese dopo la sentenza.

Terza domanda: il reato del quale era accusato l’imputato era stato oggetto già di altri due processi penali. È legittimo alla luce dei principi che vogliano che nessuno possa essere processato più volte per gli stessi fatti?

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.