Silvio non si arrende, e chiede che un nuovo giudizio, un nuovo processo con un nuovo tribunale che gli cancellino quell’unica macchia che ha segnato in modo indelebile la sua reputazione, la sua storia politica e la sua vita: la condanna a quattro anni di carcere per frode fiscale. L’unica sentenza di condanna su decine di processi subìti dall’imputato più perseguito e perseguitato del mondo. Quella che gli è costata anche la decadenza dal Senato e una seria battuta d’arresto al suo percorso politico. La richiesta di revisione è stata presentata alla corte d’appello di Brescia in modo riservato, in modo da non scoprire le carte su nuovi fatti e nuove testimonianze.

Il pezzo di carta, poco più di un appunto, è sbucato in un’udienza di un piccolo processo collaterale, con accuse reciproche tra un avvocato napoletano, Bruno Larosa, e Antonio Esposito, il presidente della cassazione che nel 2013 aveva condannato Berlusconi per frode fiscale e che era stato accusato in seguito dal suo ex collega Amedeo Franco di aver messo in piedi una sorta di “plotone di esecuzione” per far fuori il presidente di Forza Italia. L’avvocato Larosa aveva raccolto la testimonianza di tre dipendenti dell’hotel Villa Svizzera di Lacco Ameno sull’isola di Ischia, i quali gli avevano raccontato che il dottor Esposito, lì in vacanza in diverse estati tra il 2007 e il 2010, aveva ripetutamente espresso giudizi sferzanti nei confronti di Berlusconi, definendolo «una chiavica» e dicendo addirittura frasi del tipo «A Berlusconi, se mi capita l’occasione, gli devo fare un mazzo così».

Linguaggio colorito, ma anche pericoloso, sulla bocca di un alto magistrato. Lui comunque ha negato di aver mai pronunciato quelle frasi e ha querelato tutti, beccando a sua volta una denuncia per calunnia. La vicenda aveva vissuto diverse fasi perché il magistrato presentava continui aggiornamenti alle sue denunce, ottenendo così che la causa non andasse in prescrizione. Comunque la sorpresa dell’udienza di mercoledì scorso è stata che la pubblica accusa ha chiesto l’archiviazione di tutto. Che cosa significa? E soprattutto che conseguenze potrebbe avere una sentenza che vanificasse le denunce del giudice? Insomma, quelle frasi lui le ha dette o non le ha dette? Potrebbe averle pronunciate, se i tre testimoni fossero assolti. E di conseguenza, era o no prevenuto nei confronti di Berlusconi quando ha presieduto una corte che lo ha giudicato e condannato e che il suo collega ha bocciato come “plotone di esecuzione”, addirittura valutando la sentenza come “una porcata”?

Questo processetto napoletano ha la sua rilevanza anche perché le tre testimonianze dei camerieri ischitani sono state allegate alla documentazione che la difesa di Berlusconi ha inviato nel 2016 alla Cedu. E la Corte Europea, anche sulla base di quei racconti, potrebbe essere il primo organo istituzionale a dare l’impulso alla cancellazione di quella macchia determinata dalla sentenza del 2013. Nel ricorso sono contenute anche le deposizioni del giudice Amedeo Franco, proprio quello che aveva giudicato una “porcata” le modalità con cui si era arrivati alla sentenza di condanna. Ma oggi è all’ordine del giorno soprattutto la revisione del processo, che i legali di Berlusconi hanno presentato il 20 novembre del 2020 con una richiesta alla corte d’appello di Brescia e di cui non si sapeva nulla fino a due giorni fa.

Una riservatezza comprensibile, visto che tutta la vita politica, imprenditoriale e personale di Berlusconi è costellata di una serie di “porcate “ giudiziarie, a partire dalla più grave, quella dei politici in toga di cui ha abbondantemente scritto Luca Palamara nel libro “Il Sistema”. E considerato anche il fatto che il sistema comprende la continua violazione di ogni segreto investigativo, con le carte che volano via dagli uffici degli inquirenti e planano in modo regolare e sempre impunito sulle scrivanie di alcuni cronisti. Quelli sempre molto accoglienti se si tratta di carte di Arcore e molto timorosi, tanto da correre ad accucciarsi in procura, se leggono qualche nome di magistrati. Il documento che è ora nelle mani dei giudici bresciani da ben sei mesi è, a quanto pare, corposo e molto documentato, anche con una serie di testimonianze che attestano l’estraneità del presidente di Forza Italia dall’accusa che gli è stata mossa per tre gradi di giudizio fino a quando non arrivò, con una serie di passaggi procedurali più che discutibili, a quella sezione feriale della cassazione presieduta dal giudice Esposito e di cui faceva parte anche il magistrato che parlò della “porcata” e che emise la sentenza il primo agosto del 2013.

Alcuni elementi avrebbero comunque dovuto essere già palesi da allora. Ma la cassazione non ne aveva tenuto conto. Il fatto che Silvio Berlusconi fosse stato già assolto a Milano in processi paralleli e che lui stesso non avesse firmato alcun bilancio perché all’epoca dei fatti che gli sono stati contestati non ricopriva più nessuna carica in Mediaset, mentre paradossalmente l’amministratore delegato Fedele Confalonieri, che aveva sottoscritto il bilancio incriminato, sia stato assolto. Parevano argomenti così ovvi e anche così solidi, da aver lasciato sbigottito, dopo la condanna, chiunque, a partire dai legali del presidente di Forza Italia, conoscesse le carte e la situazione. Dubbi confermati da quel che era successo subito dopo, con il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati che si affrettava a dire che la sentenza era esecutiva da subito, e poi il segretario del Pd Matteo Renzi che dopo aver detto “game over” si era adoperato perché Berlusconi abbandonasse da subito il suo seggio al Senato benché diversi giuristi, anche di sinistra, avessero contestato l’applicazione retroattiva della legge Severino.

Come si fa a non farsi venire dubbi, e anche qualche certezza, visto che quel clima politico persecutorio ancora oggi vede Silvio Berlusconi imputato in varie parti d’Italia? Un giorno chiamato in qualche tribunale a dover spiegare perché pagava due chansonnier che allietavano le sue serate di vacanza o perché aiutava finanziariamente alcune ragazze che avevano perso il lavoro dopo aver partecipato a qualche cena nella sua villa. Sono i famosi “Ruby ter” che lo vedono imputato di corruzione di testimone, anche se non è chiaro su che cosa tutte queste persone sarebbero indotte a mentire, visto che nel processo principale Berlusconi è stato assolto fino all’ultimo grado di giudizio.
E poi in altri giorni è sempre lui a dover spiegare di non essere un mafioso stragista. Propongo a questo punto un referendum: quanti cittadini italiani credono al fatto che un grande imprenditore, tre volte presidente del consiglio, sia stato anche un organizzatore di stragi mafiose? Ma ci crede davvero qualcuno? E non siamo ancora alle comiche finali.

Può sembrare incredibile, ma esistono ancora in Italia magistrati che non solo indagano su di lui, ma che corrono come invasati a ogni sospiro di qualche fratello Graviano. Cioè di mafiosi assassini che con astuzia giocano qualche carta per il proprio futuro, per uscire dal 41 bis o magari anche dal carcere. Proprio come esistevano, finché Totò Riina era in vita, pubblici ministeri che fingevano di non sapere che tutti i mafiosi sanno di essere intercettati sempre, quindi dicono quello che vogliono far sapere ai magistrati. Anche in quei cortili dell’aria del 41 bis, dunque, veniva utile fare il nome di Berlusconi. Come agitare il drappo rosso davanti agli occhi del toro affamato. Si vergogni qualcuno ora, dunque, e si consenta finalmente a un uomo anziano e in questo momento anche malato, di poter finalmente veder riconosciuti i propri diritti. Quel processo che un uomo in toga definì “porcata” e “plotone di esecuzione” deve essere celebrato da capo e la sentenza riscritta dalla prima parola all’ultima.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.