Magari c’è qualcuno che pensa che sia una esagerazione polemica parlare di giustizia politica, e cioè sospettare che alcuni Pm invece di perseguire i reati si impegnino nella persecuzione di esponenti dei vari schieramenti e tendano a distruggere il loro lavoro ed eventualmente le loro carriere. Beh, non è affatto una esagerazione. “Giustizia politica” è solo una espressione abbastanza sobria che serve a descrivere un atteggiamento intollerabile e sovversivo di una parte della magistratura italiana.

Qui in Italia, da parecchi anni, accanto alla giustizia ordinaria – che funziona male ma in modo corretto – esiste la giustizia politica. Viene esercitata soprattutto dai Pm (soprattutto: non solo) che con i poteri illimitati di cui dispongono possono prendere un nemico politico, immobilizzarlo, riempirlo di fango, e distruggerlo anche prima della sentenza. A chiunque può succedere: a chiunque abbia un ruolo nella vita pubblica. In alcuni casi la giustizia politica viene fermata dai giudici di primo grado o di Cassazione. In alcuni casi no. Anche nei casi nei quali viene fermata, lo stop si verifica dopo che il soggetto preso di mira è stato spolpato. Il Pm che lo ha spolpato non sarà mai chiamato a rispondere, e potrà in tutta tranquillità passare al prossimo obiettivo. Questo prevede l’ordinamento.

Nelle ultime 24 ore abbiamo avuto due casi clamorosi e opposti di giustizia politica. Il primo è il processo a Berlusconi, per il quale l’Europa ha chiesto conto all’Italia. Ha chiesto conto perché ha preso in esame fatti e circostanze che fanno pensare che Berlusconi non sia stato processato da Corti di giustizia ma – come ha detto il giudice Amedeo Franco – da un plotone di esecuzione, e condannato per reati che non poteva aver commesso. In questo modo la magistratura ha messo fuorigioco il più importante leader del centrodestra e uno dei due o tre protagonisti assoluti di circa un quarto di secolo di politica italiana.

Il secondo caso è quello che riguarda invece un esponente della sinistra, uno dei più prestigiosi esponenti della sinistra meridionale, Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace (la città dei bronzi) diventato celebre per la sua capacità di accogliere e integrare i migranti e trasformarli in una grande risorsa economica e di crescita della città. Celebre molto oltre i confini calabresi e nazionali, conosciuto e studiato in tutto il mondo. A lui dedicò un film, nel quale raccontava la sua storia, il grande regista tedesco Wim Wenders. E un altro film glielo dedicò Beppe Fiorello, che lo girò su mandato della Rai. All’ultimo momento però la Rai se la fece sotto e bloccò la messa in onda. La rivista Fortune, qualche anno fa, lo inserì al quarantesimo posto nella lista dei leader politici più importanti del mondo. Il Los Angeles Times gli dedicò vari articoli.

Bene, il sindaco di Riace non è mai piaciuto troppo all’establishment. Né, pare, a pezzi di magistratura. Così, nell’ottobre del 2018, lo arrestano. Con accuse cervellotiche. Accuse che vennero una ad una smontate dal tribunale della Libertà e poi dalla Cassazione. Ma la Procura di Locri non si arrese, ottenne il rinvio a giudizio e il processo, e l’altra sera ha chiesto che sia condannato a quasi otto anni di prigione (7 anni e 11 mesi, per la precisione) per una sfilza di reati che manco Totò Riina. Otto reati: associazione a delinquere, per cominciare, poi abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’ultimo, naturalmente, è il vero punto dolente. È lì che i giudici picchiano. In direzione esattamente contraria a quella dei loro colleghi siciliani che vorrebbero rifilare anche loro una decina di anni di prigione a Matteo Salvini, per sequestro di persona. Le opposte armate: i calabresi schierati per bloccare l’accoglienza, i siciliani per bloccare la politica anti-clandestini di Salvini. Poi ci sono quelli che hanno processato per settanta volte Berlusconi ottenendo una sola condanna, e cioè quella che ora l’Europa contesta.

È uno scandalo? Certo che lo è. Ma quando c’è uno scandalo occorrerebbe una reazione. Voi pensate che ci sarà una reazione? Non ci sarà, perché i luoghi dai quali dovrebbe partire la reazione sono colonizzati proprio dalla magistratura. Da quella di destra e da quella di sinistra. Certo, soprattutto da quella di sinistra, ma il caso Lucano dimostra che anche gli altri si danno da fare. Quali sono questi luoghi dai quali dovrebbe partire, e non parte, una reazione? La politica e il giornalismo. L’una e l’altro ossequienti e sottomessi al partito dei Pm. Stando così le cose come puoi pensare ragionevolmente che sia possibile qualche riforma che riporti dentro l’alveo del diritto una magistratura gonfiata in questi ultimi 40 anni di poteri illimitati?

Lasciamo stare l’ipotesi di una reazione da parte del giornalismo, perché non è proprio aria. E probabilmente questa generazione di giornalisti che oggi comanda è inemendabile. Speriamo nella prossima. La politica invece potrebbe. Ma è bloccata soprattutto da un elemento: la sottomissione volontaria della sinistra ai Pm. Che avviene almeno dai tempi di Tangentopoli, forse da prima ancora, dagli anni sanguinosi della guerra al terrorismo. Sarebbe sciocco non vedere le ragioni anche nobilissime che portarono alla sposalizio tra la magistratura e la sinistra (che all’epoca si chiamava Pci). Altrettanto sciocco non capire che se oggi non si spezza questo cerchio la democrazia si va a fare benedire. Non può esistere una democrazia controllata e guidata da un potere assoluto. La richiesta di imprigionare Lucano per un numero di anni molto superiore a quelli previsti per uno stupratore dovrebbe far riflettere la sinistra. È un suo esponente sottoposto a una insopportabile e arbitraria vessazione. Ma questa riflessione, temo, non ci sarà.

Io sogno una sinistra radicale e liberale, che abbia il coraggio di chiedere conto ai giudici che hanno fatto la festa a Berlusconi. E poi, naturalmente, di sollevarsi come un sol uomo contro quelli che stanno perseguitando Mimmo Lucano. Temo però che la sinistra non farà mai il gesto pro-Berlusconi (e dovrebbe insorgere anche contro la follia del processo politico a Salvini) e non troverà neppure il coraggio per protestare a favore di Lucano. Il quale, da parte sua – se ho capito bene – non compie gesti assai incoraggianti: mi dicono che si è schierato a favore di Luigi de Magistris, ex sindaco di Napoli in cerca di gloria in Calabria dove qualche anno fa seminò disastri, da Pm d’assalto, con una inchiesta nella quale aveva preso di mira decine di politici innocenti, e che finì in un disastroso flop, e alla fine della quale lui scelse di dimettersi dalla magistratura. De Magistris storicamente è uno dei capifila del giustizialismo italiano. Cosa ci sta a fare Lucano alla sua corte? Boh, misteri della politica e della sua smania suicida.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.