A che cosa si è ridotto il dibattito sul futuro di Napoli? A una ridda di nomi, soprattutto ora che alle elezioni comunali mancano meno di sei mesi, o al perenne scontro istituzionale tra il sindaco uscente Luigi de Magistris e il governatore Vincenzo De Luca, l’ideale per riempire le pagine dei giornaloni e fare audience in televisione. O magari alle solite interviste autoreferenziali dei vertici del Partito democratico, alla narrazione dei tormenti che affliggono un centrodestra ormai agonizzante o al conflitto tra movimenti più o meno vicini all’amministrazione arancione. Ciò che colpisce è il silenzio di buona parte della società napoletana: sulla fisionomia che Napoli dovrà avere in un futuro più o meno prossimo, sul modello economico da ricostruire dopo che quello basato su bed and breakfast e baretti è stato travolto dalla pandemia, sui progetti strategici da finanziare con le risorse del Recovery Fund non si registrano spinte, proposte o provocazioni significative da parte della “società civile organizzata”.

Mi riferisco soprattutto ad associazioni di categoria e ordini professionali, sindacati e mondo universitario: il loro contributo all’individuazione di obiettivi strategici e alla definizione di nuove prospettive di sviluppo, almeno in questa fase, sembra piuttosto modesto. L’esempio più evidente resta quello della riqualificazione dell’ex Italsider di Bagnoli: la Corte dei conti ha certificato lo sperpero di quasi un miliardo di euro per la caratterizzazione del suolo, De Luca non ha detto una parola in merito e lo stesso atteggiamento ambiguo lo sta mostrando il ministro Vincenzo Amendola, secondo il quale le risorse del Recovery Fund dovranno essere destinate a progetti nuovi e di facile realizzazione. E cos’hanno detto in merito industriali, sindacalisti e altri attori del dibattito pubblico? Praticamente nulla.

Altro esempio: il porto, recentemente tornato agli onori delle cronache per la morte dell’ex presidente Francesco Nerli e per la scelta del nuovo numero uno. Sebbene si tratti di un’infrastruttura strategica per Napoli e per la Campania, quasi nessuno sottolinea la necessità di inserire il porto in una più ampia rete di servizi o si chiede come collegarlo alla zona di Napoli est. E non finisce qui. Pochi, infatti, sono coloro che hanno proposto una rivisitazione degli spazi urbani o la replica di un’esperienza felice come l’Apple Academy di San Giovanni a Teduccio in altre zone della città.

C’è un vuoto, dunque, frutto non solo di «un ceto di amministratori pubblici nel migliore dei casi inefficiente», ma anche della «latitanza dell’impresa privata» e della «indifferenza dell’opinione pubblica». Sono parole di Paolo Macry che ieri ha inaugurato Osservatorio napoletano, la rubrica settimanale attraverso la quale il Riformista si propone non solo di analizzare le cause del declino di Napoli, ma soprattutto di individuare nuove visioni di sviluppo economico-sociale e di crescita culturale per una città che non può dimenticare il proprio ruolo di capitale del Mezzogiorno e di grande metropoli mediterranea. Napoli non deve smarrire quella capacità di progettare il futuro che in passato le ha consentito di mettersi alle spalle alcuni dei momenti più bui della sua storia, andando oltre gli slogan populistici e gli stucchevoli individualismi degli ultimi dieci anni: una prova dinanzi alla quale nessuno può farsi cogliere impreparato.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.