Si narra che, al prete che lo invitava a rinunciare a Satana, un Voltaire in fin di vita abbia risposto: «Ora, caro buon uomo, non è il momento di farsi nemici». Noi non siamo sacerdoti né Vincenzo De Luca è in agonia (anzi, immaginiamo i gesti apotropaici ai quali si abbandonerà leggendo queste righe). Però è proprio quello il consiglio che sentiamo di rivolgere al governatore della Campania in questa fase. Anche perché lo Sceriffo proprio non riesce a evitare lo scontro. L’ha fatto prima con il Covid, poi con il sindaco napoletano Luigi de Magistris e ora con il governo Conte.

L’ultimo fronte aperto da De Luca è quello sui tre miliardi e 300 milioni di euro presi in prestito dalla Regione tra il 2003 e il 2007 per coprire il disavanzo sanitario. Sul punto il governatore non ha usato mezzi termini: «Paghiamo al Ministero dell’Economia interessi dal 2 al 5%. È vergognoso, il Governo fa usura sulla pelle della Campania». Non è la prima volta che il governatore si scaglia contro l’Esecutivo. In passato ha stigmatizzato l’esiguità delle risorse destinate alla Campania nel riparto del fondo sanitario nazionale e la “generosità” che il premier Giuseppe Conte ha dimostrato alle Regioni del Nord anche durante la pandemia. Tutto ciò restituisce l’immagine di un De Luca sudista e rivedicazionista. Forse più di quel de Magistris che è arrivato persino ad annunciare il conio di una moneta napoletana diversa dall’euro. Forse più di Angelo Manna, il deputato missino che propose l’insegnamento obbligatorio della lingua napoletana nelle scuole, la preclusione degli appalti al Sud per le imprese settentrionali e un’operazione-verità” sui «bestiali crimini perpetrati dalla soldataglia piemontese» ai danni delle «usurpate province meridionali».

A questo punto la domanda sorge spontanea: quale è il senso di questa piega sudista che la politica di De Luca ha ormai preso? La fase in cui il nemico del governatore era il virus da combattere col lanciafiamme è archiviata e ha pagato ricchi dividendi in termini di visibilità e di consenso. Stesso discorso per il testa a testa con de Magistris che al governatore è valso le aperture dei giornali. Ora che i primi nemici della lista di De Luca sono il governo Conte e le Regioni del Nord, dobbiamo ritenere che l’obiettivo del presidente della Campania sia quello di raccogliere consenso tra neoborbonici e meridionalisti oltranzisti più di quanto non sia riuscito a fare nei ranghi della destra, in occasione delle ultime regionali, facendo sfoggio del suo “sceriffismo”?

Oppure i toni esasperati contro Palazzo Chigi e il Settentrione altro non sono che una strategia per mettere pressione a quella politica che nega alla Campania le risorse necessarie per fronteggiare la pandemia? Tutto può essere. Certo è che De Luca rischia di commettere un errore, cioè quello di governare “contro” o “a prescindere” dagli altri livelli istituzionali come ha sempre fatto il suo antagonista de Magistris che ora ha dismesso la bandana arancione da rivoluzionario per indossare gli improbabili panni del conciliatore. Invece di alzare i toni dello scontro, il governatore dovrebbe confrontarsi sulle questioni di merito come il Mes, sul quale non ha ancora detto una parola, e spingere sulla collaborazione istituzionale. È il modo per non rendere l’anima a Satana, che si tratti del Covid o di Conte.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.