«La metà dei 209 miliardi del Recovery Fund dovrebbe andare al Mezzogiorno. Ma non dobbiamo fare del Recovery Fund per l’Italia ciò che abbiamo fatto con i fondi europei per il Mezzogiorno. La lettura delle linee guida per la definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che il governo ha inviato al Parlamento, ci fa temere un altro rischio, cioè che il governo raccolga dai ministeri dei progetti di investimento, in alcuni casi anche interessanti, senza una logica di insieme. Sarebbe un grave errore. Occorre inserire i progetti di investimento all’interno di un disegno organico di politica industriale, finalizzato ad aggredire le strozzature allo sviluppo presenti in Italia e in particolare nel Mezzogiorno».

Riccardo Realfonzo, economista e direttore di economiaepolitica.it, spiega quale potrebbe essere l’impatto del Recovery Fund potrebbe sull’Italia e soprattutto sul Sud. L’errore appena citato non è l’unico da evitare. Realfonzo, infatti, invita anche alla cautela perché non è tutto oro quello che luccica. «A differenza di quanto molti credono o vogliono far credere – spiega l’economista – le risorse del Recovery Fund saranno utili ma certo non sufficienti a risolvere tutti i problemi. La Banca d’Italia ha stimato che, se il 70% delle risorse fosse investita in progetti nuovi, senza sprechi o ritardi, l’effetto complessivo del Recovery Fund consisterebbe in una crescita del pil di appena 2 punti percentuali. Considerato che nel 2020 ci attendiamo una caduta del pil di circa 10 punti, i conti sono presto fatti». La maggior parte dei 209 miliardi che riceveremo è, inoltre, a debito e questo è un dato che preoccupa Realfonzo: a fine anno il nostro debito raggiungerà il 160 per cento del pil e sarà difficilmente sostenibile nel futuro. L’economista approfondisce la riflessione, sottolineando il divario in termini di investimenti al Sud maturato negli anni dell’austerità.

«Tra il 2008 e il 2019 l’Italia ha accumulato un gap di investimenti pubblici rispetto alla media europea di oltre 120 miliardi di euro, soprattutto a scapito del Mezzogiorno – ricorda Realfonzo – e tutti sanno che, in quegli anni, i fondi europei non hanno avuto un carattere aggiuntivo ma sostitutivo di un investimento nazionale nel Sud che è del tutto mancato». Non a caso, gli indicatori mostrano che la dotazione infrastrutturale del Mezzogiorno è ampiamente inferiore a quella del Centro-Nord. Quindi cosa occorrerebbe fare per colmare il gap di investimenti al Sud? «Bisognerebbe destinare la metà del Recovery Fund alle regioni del Mezzogiorno, non un euro di meno – suggerisce Realfonzo – Si tratterebbe di una scelta lungimirante, non solo per arrestare un processo di divergenza tra le due aree del Paese che procede da decenni, ma anche per la crescita complessiva del Paese». Infatti, gli studi disponibili mostrano che «il moltiplicatore degli investimenti pubblici è più alto al Sud». In altre parole, ogni miliardo investito nel Mezzogiorno può determinare un incremento della crescita maggiore che se fosse investito altrove in Italia. Si comprende, dunque, che, ad avviso di Realfonzo, sebbene non sufficienti, queste risorse europee sono importanti per il Paese e vanno spese tutte e col massimo di rigore.

Inoltre, aggiunge l’ex assessore al Bilancio di Napoli, «per massimizzare l’efficacia del Recovery Fund occorre che tutte le risorse siano per investimenti aggiuntivi a quelli che possiamo finanziare col bilancio nazionale». Ma in quali settori occorrerebbe spendere il Recovery Fund nel Sud? «Non si tratta tanto di individuare questo o quel settore strategico – sottolinea Realfonzo – ma di mettere in campo un insieme di azioni, investimenti e riforme, tese ad aumentare la competitività del territorio dentro cui operano le imprese e la competitività del sistema produttivo in senso stretto. Si tratta ridurre il più possibile la distanza in termini infrastrutturali del Mezzogiorno dalla media europea».

Il riferimento non è solo alle infrastrutture materiali, come strade e ferrovie, ma anche a quelle immateriali, come le dotazioni di scuole e università o la qualità dei servizi pubblici al cittadino e alle imprese. «E dal punto di vista della competitività del sistema produttivo – conclude Realfonzo – i nodi sono sempre gli stessi: piccola dimensione delle imprese, basso livello tecnologico, bassi salari, scarsa formazione, modelli di governance inadeguati».