Il sud produce oltre il 90 per cento delle automobili italiane, ma è un settore che rischia di colare a picco se Governo e Regione non intervengono. «Il Recovery Fund è l’ultima possibilità che abbiamo. Servono progetti validi nella forma e nel contenuto, infrastrutture, investimenti, sburocratizzazione e intelligenza: il settore dell’automotive è un settore d’eccellenza che può essere trainante per tutta l’economia campana e del Mezzogiorno in generale». Nicola Giorgio Pino, titolare di Proma, azienda leader nella produzione di componenti per il settore automobilistico con sedi in tutto il mondo, accende i riflettori su una realtà che sembra essere stata dimenticata. Nel 1969 l’Italia produceva 1,9 milioni di automobili, destinate ai mercati di tutta Europa, collocandosi davanti a tutti gli altri Paesi. Oggi produce 500 mila vetture, la Germania ne produce 4,7 milioni, la Francia 1,7 milioni e la Spagna 2,2 milioni. Siamo scivolati all’ultimo posto, eppure l’Italia e in particolar modo la nostra Regione avrebbero tutte le carte in regole che parlano di talento, tecnologia e strategia per essere il motore dell’automotive.

«La Campania ha un potenziale enorme – spiega Pino – Vanta una grandissima tradizione e competenza in questo settore che però ha bisogno di essere preso in considerazione dalla politica che pare non voler investire in questa direzione». L’Italia ha stanziato circa 550 milioni di euro per il settore automobilistico, la Germania ha stanziato 5 miliardi, la Francia 8 miliardi e la Spagna 4 miliardi. I numeri evidenziano quanto poco sia stato dedicato a questo settore e quanto questo sia pericoloso per le sue sorti. «Chi guida la Regione deve sapere il valore che hanno questi stabilimenti per il territorio e per l’economia di tutto il Paese – dice Pino – Invece pare che nessuno sappia nulla, i vertici politici non conoscono la situazione, i dati, le prospettive, è un settore che viaggia da solo».

E i dati ai quali fa riferimento Pino, non sono incoraggianti, non ci vuole una laurea in economia per capire che uno stabilimento funziona quando è a regime. Lo stabilimento di Pomigliano d’Arco ha una capacità produttiva di 300mila vetture e ne produce solo 130mila, Cassino ne potrebbe produrre 350mila e ne produce appena 50mila, e l’Italia complessivamente potrebbe produrre circa 1,5 milioni di auto ma ne produce solo 500mila. Eppure sono industrie riconosciute come eccellenti, al punto di aggiudicarsi il premio World Class Manufacturing. Come rimediare? «Innanzitutto bisogna lavorare sulle infrastrutture – suggerisce Pino – È allucinante la situazione dei trasporti al Sud e questo comporta un gap enorme rispetto al Nord. Siamo indietro anche rispetto ai processi di digitalizzazione che qui arrivano sempre dopo». Ma questi non sono gli unici problemi da risolvere.

«La Campania deve promuovere la produzione e la vendita di automobili – continua Pino – prevedendo degli incentivi su ogni auto venduta o su ogni dipendente assunto o al quale viene tolta la cassa integrazione per tornare a lavorare a pieno regime, questi sono alcuni interventi pratici, poi serve una politica industriale che oggi manca». E qui ci si aspetterebbe di sentir parlare di progettazione, ma in questo caso, il problema non è legato solo ai progetti ma anche alla loro presentazione: un progetto valido, se spiegato male, perde gran parte delle possibilità di ricevere i finanziamenti per realizzarlo. «Servono esperti di technitality in grado di spiegare progetti – dice Pino – e servono anche linee guida specifiche per questo settore e una formazione adeguata. Manca il dialogo tra imprese e università, tra Regioni e imprenditori».

Ignorando l’importanza di questo settore, ci si autoesclude dai mercati esteri che se, invece, si aprissero a nuovi investimenti sul nostro territorio, rappresenterebbero insieme con l’eccellenza delle aziende campane uno straordinario volano per lo sviluppo economico. «Un imprenditore straniero decide di investire laddove vede la possibilità di un’azienda fiorente, quindi prima di tutto bisogna migliorare le nostre – conclude Pino – E poi ci sono cose che vanno cambiate: ci sono troppe norme e troppo confuse, la magistratura civile e la giustizia hanno tempi lunghissimi, la burocrazia è farraginosa e poi, se lo Stato non è in grado di sorvegliare e tutelare le aziende, dovrebbe farne parte come accade in gran parte dei Paesi europei».