Caro Riformista, le elezioni regionali hanno avuto l’annunciato, indiscusso vincitore: Vincenzo De Luca. La partita era chiusa da mesi, dall’esplosione del Covid-19. I campani hanno avuto netta la percezione che il governatore uscente fosse l’unico autentico baluardo pronto a tutelarli, con iniziative anche “pirotecniche” e scenografiche, dai rischi del virus. Con l’esito del voto segnato De Luca ha avuto buon gioco nel moltiplicare le liste a suo sostegno, a partire da quella che portava il suo nome e che ha ottenuto un risultato eclatante arrivando a un’incollatura dal Partito Democratico. La mia impressione è che i dem campani, con la conferma del centrosinistra già acquisita alla guida di Palazzo Santa Lucia, avrebbero dovuto provare a frenare il gigantismo di Vincenzo De Luca chiedendogli almeno di portare a 10 (da 15) le liste a suo sostegno.

Invece nulla di tutto ciò! Non si è neppure provata una soluzione del genere che sarebbe semplicemente stata dettata dal buon senso. Inevitabile, con un segretario regionale democrat scelto direttamente da Santa Lucia, ex sindaco di Poggiomarino, ulteriore tassello della forte governance deluchiana affermatasi in Campania. Il risultato di tutto ciò è che De Luca stravince con un Pd che quasi dimezza la sua rappresentanza in Consiglio regionale. A Napoli i dem passano da otto a quattro consiglieri regionali con il sacrificio di autorevoli dirigenti politici come Antonio Marciano, Gianluca Daniele, Enza Amato, Antonella Ciaramella. A Caserta non è stato eletto Stefano Graziano, ex presidente regionale del partito. Non casualmente sono confermati in Consiglio i salernitani più vicini al presidente, due nomi su tutti: Luca Cascone, Francesco Picarone.

Inoltre entrano in Consiglio Luca Mocerino (all’opposizione di De Luca negli ultimi cinque anni), Sommese junior (figlio dell’ ex assessore della giunta Caldoro dal 2015 al 2020), Mensorio junior (figlio del parlamentare democristiano Carmine), e mi limito ai casi più clamorosi. Insomma una questione sulla “eterogeneità” e sulla qualità complessiva della maggioranza che sosterrà la futura giunta regionale credo vada posta. La mia impressione è che occorra una rinnovata autonomia del Pd, anzitutto, che non può rassegnarsi all’appiattimento sulla “straripante” personalità di De Luca. Il partito di Nicola Zingaretti (dal quale il governatore è stato sempre politicamente distinto e distante) deve recuperare nella nostra regione un profilo autonomo e una strategia chiara, preparandosi in maniera adeguata al decisivo appuntamento delle prossime amministrative a Napoli.

C’è bisogno di una forte capacità d’innovazione, di interlocuzione con le forze più dinamiche e propulsive del civismo, dell’imprenditoria, del mondo accademico, dei corpi intermedi, delle vecchie e nuove povertà (che possono estendersi nel post-pandemia). Siamo attesi da mesi cruciali per il nostro futuro, è più che mai necessario che partiti e corpi intermedi tornino al loro compito istituzionale di preparare le classi dirigenti del futuro che dovranno affrontare sfide tanto complesse da far tremare le vene ai polsi, a partire dalla complicata gestione del dopo-Covid. Ciò è tanto più vero a Napoli, dopo la disillusione e il disincanto per l’implosione della decennale esperienza del sindaco Luigi de Magistris.

Si coniughino esperienza, competenze (dico la mia, una risorsa come Antonio Bassolino mi pare imprescindibile), capacità d’innovazione, visione, idee, progetti per un futuro di riscatto civico, di crescita economica e produttiva dalla mobilità alla logistica, dalla gestione e riqualificazione del patrimonio pubblico al recupero delle periferie e del verde attrezzato. Il prossimo appuntamento elettorale per scegliere nuovo sindaco e consesso civico rappresenta un cimento di rilievo nazionale. Guai a indulgere in riti e sciagurati errori del passato: sarebbe imperdonabile ed esiziale per la nostra città.