Non c’è campo, in Abruzzo. Né stretto, né largo. La coalizione del centrosinistra “con tutti dentro” ha fallito il suo primo e forse ultimo test. E se è vero che ogni elezione regionale fa storia a sé, il confronto con quella avvenuta tre settimane fa in Sardegna è impietoso. L’esperimento del centrosinistra XL non ha convinto gli elettori abruzzesi. Con punte di disillusione che vanno dal crollo del Movimento Cinque Stelle al risultato modesto dei centristi di Abruzzo Vivo e di Azione. Per i primi, il flop risulta amplificato se si considera quanto impegno ha profuso Giuseppe Conte, che in Abruzzo era tornato tre volte nelle ultime tre settimane. Forse troppe: per il Movimento 5 Stelle un crollo verticale, con il partito di Conte che si ferma al 7%. Nel 2019, correndo in solitaria, prese il 19,7%. Nel 2022 il 18,5%. Per il primo tentativo centrista di correre insieme a Pd, M5S e Avs non è andata meglio. Gli elettori renziani, che insieme ai socialisti del Psi avrebbero dovuto votare la lista Abruzzo Vivo, sono rimasti probabilmente interdetti dall’inedita compagnia.

Elly Schlein non cede a infingimenti e riconosce senza fronzoli la vittoria dell’avversario: “Marco Marsilio ha vinto le elezioni regionali, a lui vanno le nostre congratulazioni e gli auguri di buon lavoro. Il ringraziamento più profondo va alla generosità con cui si è speso Luciano D’Amico, insieme a tutta la coalizione. Fino a qualche settimana fa l’Abruzzo era dato per perso senza discussioni, il presidente uscente di Fratelli d’Italia partiva con un vantaggio di 20 punti nei sondaggi. E invece unendo le nostre forze attorno a una visione comune abbiamo riaperto la partita e ridotto quello scarto in modo significativo, ma non ancora sufficiente”.
C’è chi fa un’analisi asciutta, per quanto dolorosa, e chi preferisce il gioco di specchi. “Abbiamo sfiorato il risultato”, dichiara ad esempio l’eurodeputato dem Brando Benifei. Jasmine Cristallo, direzione nazionale Pd, si lancia: “La ‘cura’ Schlein funziona e testimonia la credibilità della leadership della segretaria che ha condotto una generosissima campagna di prossimità e ristabilito connessioni sentimentali. Il vento è cambiato, eccome”. Più che ventate, correnti d’aria. “Il Partito Democratico, in questa tornata elettorale, ha visto un aumento della percentuale di voto di oltre il 9% rispetto alle precedenti elezioni regionali. La crescita è palese anche rispetto ai risultati delle elezioni politiche. Sicuramente, dunque, i dem sono sulla strada giusta e dobbiamo continuare a lavorare all’unità delle opposizioni, è una strada obbligata”, aggiunge il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci. Suona i tasti del realismo il portavoce di Base Riformista e membro della segreteria dem, Alessandro Alfieri: “Io ho sempre pensato che non bisognava esaltarsi dopo la Sardegna, perché era un’elezione che aveva tutta una serie di variabili territoriali. Allo stesso modo penso che non bisogna demoralizzarsi per questo risultato. C’è il rammarico della sconfitta, certo, ma ci sono anche dei segnali importanti, il primo dei quali è che non c’è alternativa a costruire un fronte largo di tutte le opposizioni alla destra se si vuole tornare a governare”.

La verità sta nei numeri. Il Nazareno li sottolinea con l’evidenziatore: Il Partito democratico guadagna consensi sia sul 2019 che sul 2022 e si attesta come primo partito della coalizione e dopo anni torna ad ottenere al 20%. Il Movimento perde il 65% dei consensi rispetto al 2022 e al 2019. La Lega perde il 75% rispetto alle scorse regionali e un sesto rispetto alle politiche. Fratelli d’Italia raddoppia i consensi del 2019, ma perde rispetto alle politiche. Dalle parti di Campo Marzio, Quartier generale dei Cinque Stelle, bocche cucite. Conte glissa. Nel day after, il presidente del M5S – che nella campagna elettorale per D’Amico ci ha messo la faccia e ha girato la regione in lungo e largo – registra il “risultato modesto” incassato dal Movimento, un mea culpa a metà perché, sebbene ammetta che con il voto di domenica l’Abruzzo abbia mandato un segnale chiaro, c’è anche il dato dell’astensionismo e i “troppi cittadini che non votano più”. Ma nessun accenno ad alleanze, campi e coalizioni. Ci pensano i suoi. Danilo Toninelli in una diretta oggi su Youtube. “Va bene allearsi con il Pd, malissimo allearsi con Renzi e Calenda e speriamo che questo non accada più. Ma possiamo dire che va meglio se il candidato è del M5S?”, dice il membro del collegio dei Probiviri del Movimento. Però, “Conte stesso ha detto che da soli non si vince”, ricordano alcuni nel Movimento. Ma non si può non notare, nel post pubblicato su X, il silenzio del presidente del M5S sul tema.

Mentre Schlein ribadisce la volontà di continuare “con ancora più determinazione” a costruire un’alternativa solida alla destra, e l’alleanza Verdi Sinistra, per bocca di Angelo Bonelli, invoca la strada dell’unità, Conte ha trascorso il day after della sconfitta chiuso in un silenzio inquietante. Per lui parlano le chat del Movimento che iniziano a farsi sospettose verso la strategia dell’abbraccio dell’ex premier con tutto il centrosinistra. Per non parlare dei social. “Presidente lei sa benissimo che la base non è andata a votare perché non accetta più le accozzaglia”, ha fatto notare un attivista su Facebook, puntando il dito contro il leader del Movimento. “Un’altra caduta libera. Basta col campo largo, bisogna tornare a parlare a tutti”, ha invece sentenziando un altro commentatore, forse nostalgico dei tempi in cui i 5s correvano da soli con alternativa demagogica. Altra reazione eloquente: “Lontani da Renzi e Calenda! Se il Pd vuole un dialogo, chiuda la porta a quelle sciagure! E basta”. Il tenore dei commenti lascia ben intendere tra quali marosi naviga il Campo largo: al largo, senza campo.

Carlo Calenda, che in Abruzzo ha incassato il 4%, mette l’accento sui tanti astenuti. Il sottotesto è che l’offerta politica non soddisfa ancora. Italia Viva aveva chiuso la dodicesima edizione della Leopolda poche ore prima dell’apertura delle urne abruzzesi. Con Matteo Renzi che prudentemente si era tenuto distante dal formulare un qualsiasi auspicio, coperto dal silenzio elettorale. La kermesse fiorentina ha visto un Renzi a tutto campo su Von Der Leyen che deve esaurire il suo mandato, premessa di una interlocuzione che apre con maggior credito al gruppo socialista europeo. Un’attenzione rimarcata anche dal passaggio dedicato a Schlein da Renzi, insolitamente amichevole: “Ringrazio Elly per il messaggio cordiale di buon lavoro che ha mandato alla Leopolda. Nessun altro leader ce ne ha mandati. È un segno della sua cultura politica. Siamo diversi ma con rispetto reciproco”, ha tenuto a mettere agli atti. Una scelta non casuale, mentre a Firenze va in scena il confronto aspro con Dario Nardella e viene messa sul piatto la candidatura a sindaco della vice presidente della Regione, Stefania Saccardi. La dialettica prevale sullo scontro, la trattativa per le candidature di giugno dei sindaci più importanti, da Firenze a Bari, vede Renzi e Schlein parlarsi su più tavoli. E da un Comune importante come quello di Milano arriva un fulmine sui Dem. Il Pd registra l’uscita di Daniele Nahum, consigliere comunale di Milano ed esponente della comunità ebraica milanese: “Ritengo esaurite le ragioni che mi portarono ad iscrivermi, alla fine del 2013, al Pd. Aderii per la linea marcatamente riformista di un Partito che sapeva stare nella contemporaneità con l’ambizione di rappresentare mondi con cui la sinistra italiana aveva poco dialogato. Non voglio però girarci troppo intorno, nella mia decisione di lasciare il Partito Democratico hanno pesato diverse ambiguità sulla politica estera ed il clima che si è prodotto in vari settori del mondo di sinistra dopo il 7 ottobre”.
Prossima fermata, la Basilicata. Neanche il tempo di terminare lo spoglio delle urne abruzzesi, che per la politica è già il momento di concentrarsi sul prossimo appuntamento del 21 aprile. Prima del weekend il centrosinistra sembrava avvicinarsi a una soluzione, con le trattative tra Angelo Chiorazzo e i leader di Pd e M5S, Elly Schlein e Giuseppe Conte, verso un ritiro del candidato. Ma Chiorazzo è ancora in campo: farà un passo indietro solo se a sostituirlo arrivasse un candidato di suo gradimento. “Avanti insieme”, esorta Schlein. Il punto è capire insieme a chi.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.