«Non sono un associato, sono un provocatore» e «pago il mio essere battagliero, con toni magari elevati, per i diritti dei detenuti», «chiedo ai pm titolari del fascicolo di interrogarmi bobine alla mano, così capiranno il tono canzonatorio delle mie parole», è quanto avrebbe dichiarato ieri Antonello Nicosia, l’ex collaboratore della parlamentare Giuseppina Occhionero arrestato con l’accusa di associazione mafiosa, durante l’interrogatorio per la convalida del fermo disposto dalla Dda di Palermo. Lo riferisce al Riformista il suo legale, l’avvocato Salvatore Pennica, al termine dell’udienza nel carcere palermitano di Pagliarelli durata circa un’ora e mezza. Le «frasi ad effetto» quelle catturate dalle microspie degli investigatori e che in questi giorni sono state diffuse da giornali e tv, «sganciate da un ragionamento più ampio sembrerebbero assolutamente colpevoli, ma sono state pronunciate in un contesto più ampio e con un tono a volte canzonatorio, a volte scherzoso», avrebbe spiegato Nicosia «quando ad esempio dico che voglio il contributo della “famiglia” aggiungo una fragorosa risata o uso un tono da film». E rispetto alla frequentazione con Accursio Dimino, il boss di Sciacca arrestato nell’ambito della stessa indagine, sostiene di averlo soltanto aiutato a trovare un lavoro e in pratiche come la remissione del debito e la libertà vigilata. «Entravo nelle carceri ma non ho portato un solo messaggio all’interno, né all’interno, piuttosto ho denunciato condizioni disumane al 41 bis», ha aggiunto Nicosia che sarebbe intenzionato a chiarire tutto, per questo l’avvocato depositerà oggi stesso un’istanza formale perché il suo assistito venga ascoltato dai magistrati competenti. «O è un associato, e allora bisogna provare la condotta di partecipazione, o oggettivamente rimane nell’ambito di una soglia di ragionamenti, anche a voce alta, censurabili sul piano del costume ma non punibile», spiega l’avvocato Pennica.

Dall’omicidio che avrebbe progettato con Dimino, ai tentativi di estorsione «non c’è un solo riscontro, almeno nelle carte a disposizione», come neppure dei contatti con il boss Messina Denaro, afferma l’avvocato Pennica che solleva un interrogativo: come faceva Nicosia a veicolare messaggi ai mafiosi in carcere in presenza di una parlamentare?