Fu in prima media che un’insegnante lo chiamò “il poeta che non sa parlare”. Nino D’Angelo da San Pietro a Patierno, area Nord di Napoli, 63 anni, 41 album e una 30ina di film, si racconta in un’intervista al settimanale 7 del Corriere della Sera. E ricorda quella volta, quella prima volta che le sue doti con la scrittura, l’abilità con le parole che avrebbe poi soprattutto cantato, venne riconosciuta. “Prima media, il tema da svolgere era: descrivete il vostro papà – dice il cantante – Lei era una bella signora di mezza età con due figli e un’esistenza non facile. Venne dritta verso di me. Credevo mi volesse castigare. Invece chiese: ma davvero l’hai scritto tu? Si era commossa. Mi regalò il primo momento di gloria. Convocò mia madre e le raccomandò di farmi studiare”.

Tanti anni fa, un’altra epoca, tempo anche di povertà e di stenti. Un eufemismo: D’Angelo ne ha fatta di strada. Adesso è provato dal lockdown. Sta progettando un libro, un album di inediti e vecchi successi, un tour di teatro canzone. Eppure il consiglio di quella maestra non poté seguirlo. I soldi erano pochi, la famiglia umile. Il padre calzolaio, poi muratore al Nord. Però anche un nonno appassionato di musica. Che quindi gli trasmise la passione: Nino ha cominciato cantando ai matrimoni. È venuta fuori una vita intera intorno alla musica.

La moglie Annamaria, sposata a 22 anni nel 1979, l’ha incontrata perché figlia del produttore che mise i soldi per ‘A storia mia (‘O scippo), suo primo album del 1976. E quindi l’eredità di Mario Merola, i film, i concerti in tutto il mondo, l’approvazione della critica – “fu Goffredo Fofi, a cui mi legavano le esperienze cinematografiche, a sdoganarmi. Gli era piaciuta Ciucculatina d’a ferrovia e disse che ero la vera voce del sottoproletariato napoletano” – la svolta etnica. In mezzo anche tre anni di depressione, causata anche dalla morte di entrambi in genitori. “In realtà non se ne esce mai completamente – dice – Ho trovato uno scopo: l’amore per i miei figli”. E Napoli, che gli riempie la vita: “Una città vedetta che prima del covid era vivace e creativa. Amo le persone perbene che ci abitano: sono più numerose della gente permale da cui spesso vengono sovrastate”.

Antonio Lamorte