Una delle più antiche divinità venerate dagli antichi romani era Giano. Un dio tutto romano, non come Giove o Apollo o Venere, derivati dall’Olimpo dei Greci. Era un dio così antico, così potente che a lui i romani dedicarono il primo mese dell’anno, gennaio (ianuarius). Lo raffiguravano come un dio a due teste unite per la nuca. Un volto guarda da una parte, l’altro dalla parte opposta. Ecco, se c’è un immagine che può racchiudere il senso più profondo delle Olimpiadi di Roma del 1960 è proprio quella del Giano Bifronte. Una faccia è rivolta al passato, e una faccia è rivolta al futuro. Con il senno di poi, quei Giochi Olimpici sono stati una grande spartiacque della storia, un rito di passaggio.

Prima di Roma 60 c’era la guerra e la faticosa ricostruzione del dopoguerra. Dopo ci sarà il boom economico. Prima c’era una società contadina, dopo ci sarà una società industriale. Prima c’era l’avanspettacolo, dopo ci sarà la società dello spettacolo. Prima c’era il culto del risparmio, dopo ci sarà la società dei consumi. È come se Giano, il dio degli inizi, delle porte, dei passaggi, della transizione tra una stagione e l’altra, si fosse incarnato nell’evento che in quell’estate del 1960 gli esseri umani hanno organizzato nella sua città. Roma è insieme l’ultima olimpiade romantica, a misura d’uomo, e la prima olimpiade moderna dove, per esempio, cominciano ad affacciarsi i primi sponsor e le prime televisioni. A Roma la storia pesa moltissimo, ma il domani pesa ancora di più. Il Colosseo passa il testimone allo Stadio Olimpico, e se le gare di ginnastica si tengono nelle terme di Caracalla quelle di boxe hanno luogo in un gioiello dell’architettura contemporanea, il PalaEur creato da Marcello Piacentini e Pier Luigi Nervi. Roma è la prima olimpiade con un villaggio olimpico nuovo di zecca. Ma in quel villaggio la divisione tra uomini e donne è ancora rigidissima e strettamente sorvegliata.

Passato e presente si toccano, a Roma, sul liminare di una porta del tempo. E l’elenco delle dicotomie, delle soglie care al dio Giano, potrebbe continuare a lungo. Viene da chiedersi oggi, quanto fossero consapevoli i protagonisti di allora che quello che stavano vivendo fosse un epocale rito di passaggio. Chissà se se ne rendeva conto il Presidente del Comitato Olimpico organizzatore? Indovinate un po’ chi era? Ma sì, l’onnipresente onorevole Giulio Andreotti. Manco a dirlo è lui a fare il discorso inaugurale dei giochi, il 25 agosto. Lo sapeva Papa Giovanni XXIII? Il Santo Padre che accoglie a Piazza San Pietro le delegazioni venute con i moderni Jumbo jet da ogni angolo del pianeta, parlando loro in latino, una lingua sepolta da secoli: “mens sana in corpore sano”. Se ne rendevano conto gli atleti? Sono 5400 da 84 nazioni. Qualcuno diventerà famoso, leggendario addirittura (e ne abbiamo dato conto in queste pagine). La maggior parte tornerà a vivere lontano dalle luci della ribalta, nel suo paesino, nella sua contea, nella sua cittadina, con un’esperienza indimenticabile da raccontare. E alcuni, loro sì del tutto inconsapevolmente, finiranno per incarnare il perfetto spirito del Giano Bifronte, il dio dei passaggi e delle transizioni.

Lo incarna di certo Lyudmila Shevtsova, atleta russa. È la prima donna a vincere la gara degli 800 metri piani a un’Olimpiade. Prima di allora, su quella distanza, le donne non si erano mai potute confrontare. Il motivo? Era disdicevole, a fine gara, vedere delle ragazze in simili condizioni di sfinimento. Lo incarna Rafer Johnson, il primo portabandiera nero nella storia dello sport statunitense. In anni di segregazione razziale, un bel segnale contro ogni forma di discriminazione. Lui, sì, ne ha di storie da raccontare.  Johnson eccelle nel decathlon, la disciplina più massacrante dell’atletica atletica: dieci prove che riassumono alla perfezione il motto olimpico coniato dall’abate Henri Didon, un caro amico del barone De Coubertin: “citius, altius, fortius”, vale a dire più veloce, più in alto, più forte. Rafer Johnson rappresentava mirabilmente il motto di Didon. È la sintesi perfetta dell’atleta olimpico: 90 kg di muscoli distribuiti su un metro e novanta, gambe lunghe, struttura possente e uno spirito competitivo quasi feroce. Non è un caso che Hollywood ha messo gli occhi su di lui, prima dei Giochi. Ma la federazione d’atletica americana lo ha messo di fronte a un aut aut: o lo sport, o il cinema. E lui ha scelto lo sport.

A Roma, Johnson va più veloce, arriva più in alto, è più forte di tutti i suoi avversari, in due estenuanti, giornate di competizioni. Non lo ferma neppure il gigantesco temporale che si abbatte sullo Stadio Olimpico il pomeriggio del 5 settembre, e costringe gli atleti a gareggiare fino alle due di notte. Terminata la bufera e la carriera, Rafer potrà finalmente dedicarsi al cinema, per finire poi a fare la guardia del corpo. Un giorno del 1968, il 5 giugno per l’esattezza, Rafer è il guardaspalle del senatore Bob Kennedy all’Hotel Ambassador di Los Angeles. Un ragazzo di 24 anni, un immigrato giordano palestinese di nome Sirhan Sirhan, si avvicina al senatore e gli spara a bruciapelo. Rafer non può impedire che Kennedy venga ucciso, ma è lui a catturare l’assassino. Una vittoria amarissima.

Ma torniamo a Roma. Lo spirito controverso di Giano s’incarna, in quell’estate del 1960, anche nei fratelli, Piero e Raimondo D’Inzeo. Come a ricreare il mito fondante della Città Eterna, inscenano una battaglia fratricida per diventare re. Il campo dell’agone (sportivo) è un percorso a ostacoli a Piazza di Siena, dentro Villa Borghese. Le armi a disposizione sono due splendidi cavalli. Vince Raimondo, novello Romolo, ma di un soffio. Giusto perché Remo-Piero commette un errore fatale al penultimo ostacolo. L’oro va, dunque, al cavaliere senza macchia. A guardare bene, però, Raimondo D’Inzeo è davvero senza macchia? Non è passata che qualche settimana dal giorno in cui, in veste di carabiniere, ha guidato una feroce carica a cavallo contro militanti e deputati del Partito Comunista e del Partito Socialista che protestavano contro il governo presieduto dal democristiano Tambroni. Parecchi dei manifestanti usciranno malconci da quelle cariche. Il giorno successivo, il 7 luglio, in un’altra manifestazione a Reggio Emilia, la polizia non esiterà a sparare sulla folla, uccidendo cinque persone. Un oscuro presagio degli anni di piombo che verranno.

Ma ora ci sono le Olimpiadi, e alla politica nessuno ci vuole pensare. Lo spirito di Giano aleggia anche sul pugilato. C’è Nino Benvenuti che porta all’Italia un oro tanto atteso, e c’è il suo compagno Franco De Piccoli che ne porta uno del tutto inaspettato. Anche lui di cose ne avrebbe da raccontare. Da ragazzo Franco va a ballare a Spinea, dalle parti di Venezia, in una balera chiamata Bagigi. Si dà il caso che il proprietario sia un appassionato di boxe. E così, durante il giorno la balera si trasforma in una palestra per pugili dilettanti. De Piccoli è uno di quelli. Ogni pomeriggio arriva da Venezia in bicicletta, dopo aver lavorato dalle 5 di mattina come muratore. Fa tre ore di allenamento filato, e poi va a farsi la doccia. Solo che la balera, una doccia, non ce l’ha. C’è solo un rubinetto fuori, con l’acqua fredda. D’inverno, da quelle parti, fanno 8-9 gradi sottozero. De Piccoli non batte ciglio, si lava ogni sera all’addiaccio, riprende la bicicletta, e si fa i chilometri di ritorno per tornare a casa.

Al secondo turno del torneo olimpico dei pesi massimi Franco si trova davanti una montagna di 100 chili chiamata Abramov, un russo che tutti danno per favorito. Lui, alla seconda ripresa, lo manda al tappeto con un gancio sinistro. Peccato che, all’epoca, le televisioni non riprendano i match di secondo turno. Il capolavoro pugilistico di De Piccoli nessuno ha mai più potuto rivederlo, quel gancio che gli apre la strada verso la medaglia d’oro. E poi a far sognare i cuori nostrani, c’è l’Italia delle due ruote. L’Italia che ha ancora impresse nella mente le imprese di Coppi e Bartali, ma è già pronta a montare su un esercito di Vespe e Lambrette. Nel ciclismo non ce n’è per nessuno. Vincono praticamente tutto i nostri: 5 ori. Gli alfieri azzurri del tandem sono una coppia talmente affiatata da sembrare uno slogan: Bianchetto e Beghetto.

I quattro dilettanti della 100 chilometri a squadre su strada, invece, quando smontano dalla bici hanno molto altro da fare: uno è garzone, un altro meccanico, uno è fornaio e l’ultimo fa lo spazzacamino. Ci sono, anche, gli altri quattro dell’inseguimento a squadre. Altra corsa, altro oro. E poi c’è Sante Gaiardoni. Al Velodromo Olimpico dell’Eur, di ori, lui ne vince ben due: velocità e chilometro da fermo. Dopo la premiazione, per rilassarsi, Sante se ne va a Via Veneto. Chissà quando gli ricapiterà di passare per Roma. C’erano i televisori nei bar – racconta – e tutti urlavano “Viva Gaiardò, viva Gaiardò”. Presi dall’euforia, mi hanno messo anche a me in mezzo al casino. Ma non sapevano che Gaiardoni ero io! Allora anche io mi sono messo a cantare con loro: “Viva Gaiardò, viva Gaiardò”.

Infine, l’11 settembre le luci e i riflettori si spengono sulla Grande Olimpiade. Ma lo spirito di Giano non vuole saperne di sparire. Ha ancora una missione da compiere. Il dio delle porte, dei passaggi, il dio del cambiamento s’incarna, un’ultima volta, in un oscuro medico di un Centro Inail di Ostia. Si chiama Antonio Maglio, e si è messo in mente che il modo migliore per guarire, o perlomeno rendere la vita più facile ai suoi assistiti, è fargli praticare dello sport. Gli assistiti del dottor Maglio sono amputati, paralitici, invalidi, diversamente abili, li chiameremmo oggi. Si è messo in mente, Maglio, di organizzare addirittura una competizione internazionale con centri simili al suo sparsi per tutto il mondo. E ci è riuscito.

Per la prima volta nella storia, 400 atleti disabili di 23 nazioni si sfidano in tante discipline sportive diverse, per sei giorni di gara. Gareggiano negli stessi impianti che, neanche un mese prima, hanno ospitato gli atleti normodotati e dormono nelle stesse strutture. Eh sì, pochi lo sanno, ma a Roma, in quell’incredibile estate del 1960 che sembra non voler finire mai, si svolsero anche quelle che, a buon diritto, vengono considerate le prime paralimpiadi. Sempre nel segno di Giano.

(Quarta puntata – Continua)