“Chiedo perdono per quello che ho commesso e per quello che non ho commesso”. Così Antonio Ciontoli, imputato nel processo di appello bis per l’omicidio di Marco Vannini, ucciso la notte tra il 17 e il 18 maggio del 2015 mentre si trovava a casa della sua fidanzata a Ladispoli, centro del litorale romano. “I miei familiari non meritano di essere giudicati e condannati per la mia colpa”, aggiunge.

“So di non essere la vittima ma il solo responsabile di questa tragedia. Sulla mia pelle sento quanto possa essere insopportabile, perché innaturale, dover sopportare la morte di un ragazzo di vent’anni, bello come il sole e buono come il pane” ha proseguito Ciontoli. “Mi appello al beneficio del dubbio – ha aggiunto -. Chiedo perdono per quello che ho commesso e anche per cio’ che non ho commesso. Nessun ministro, nessun giornalista, nessuna persona comune dovrebbe sentirsi in dovere di abbandonarsi alla rabbia. Nessuno dovrebbe sostituirsi a un giudice. Qualsiasi sia la condanna giudiziaria so che resterà solo il dolore lacerante di tutte le persone che amano Marco. Solo la consapevolezza di quanto Marco e’ stato bello e avrebbe potuto esserlo ancora e che a causa del mio errore non sara'”.

“ERO CONVINTO CHE MARCO NON FOSSE GRAVE” – “Ho pagato la mia troppa sicurezza essendo convintissimo che la situazione non fosse così grave. E purtroppo ho sbagliato” ha ribadito Ciontoli prima di commuoversi: “Sulla mia pelle sento quanto possa essere insopportabile, perché innaturale, dover sopportare la morte di un ragazzo di vent’anni, bello come il sole e buono come il pane”.

OGGI LA SENTENZA – È attesa per oggi la sentenza del processo di appello bis sulla morte di Marco Vannini. I giudici sono entrati in camera di consiglio. In aula ha preso la parola il principale imputato Antonio Ciontoli, che ha parlato, commosso, di un “irrecuperabile errore“. Questa “è una sentenza già scritta”, ha detto il pg Vincenzo Saveriano. “E non può esserci un concorso colposo in un omicidio volontario – ha aggiunto parlando di Antonio Ciontoli, della moglie Maria Pizzillo e dei due figli Federico e Martina, imputati per l’omicidio del giovane -. Tutti hanno aiutato Ciontoli e hanno mentito. Il concorso è pieno e di tutti i soggetti nell’omicidio volontario con dolo eventuale”. La procura generale chiede una condanna a 14 anni di carcere per omicidio volontario di tutta la famiglia, nella cui casa venne ferito mortalmente il 21enne di Cerveteri morto nel 2015. In subordine si chiede una condanna a 9 anni e 4 mesi per Pizzillo e i due figli, mantenendo il concorso nell’omicidio. All’appello bis si arriva dopo la pronuncia della Cassazione che ha annullato la condanna per omicidio colposo e chiesto di riconoscere il reato di omicidio volontario con dolo eventuale.

Alla difesa, secondo cui i Ciontoli erano “inconsapevoli della gravità delle lesioni riportate” dal ragazzo, risponde, per la parte civile, Franco Coppi: “Ciontoli voleva celare lo sparo partito dalla sua arma. E per questo ha trascinato la situazione fino a un punto di non ritorno. Nonostante tutti sapessero la situazione di gravità estrema”.I fatti risalgono al 18 maggio 2015. La vittima venne portata presso il punto di primo soccorso di Ladispoli quando le sue condizioni erano ormai disperate: il proiettile, aveva provocato gravi ferite interne, ma i Ciontoli avevano tenuto il ragazzo in casa, mentre urlava, preso dal panico, per il dolore.

Ai soccorritori, chiamati quasi due ore dopo lo sparo, avevano detto una serie di bugie: che Marco era scivolato, poi che aveva avuto un attacco di panico dopo uno scherzo, che si era ferito con un pettine.Il responsabile ammise che il ragazzo era stato colpito, per errore, da un proiettile, solo davanti al medico di turno: la ferita che aveva sotto l’ascella destra, a prima vista non lasciava pensare a un colpo di arma da fuoco, ma gli aveva fatto perdere oltre due litri di sangue. Il proiettile aveva ferito gravemente il cuore e i polmoni, ma se fosse stato trasportato subito in ospedale, si sarebbe salvato.