I piani per il Sud si rinnovano ciclicamente, con una cadenza sinistra simile alle epidemie o alle carestie. Niente di buono è mai successo se le condizioni di sottosviluppo, i problemi, continuino a permanere, immutabili, quasi fosse davvero il destino il padrone del gioco meridionale. Ora è il ministro Provenzano che si propone di disarticolare il fato. Aree interne, restanza e ritorno dei giovani, le linee guida del suo rilancio. Cose giuste, imprescindibili, per chi vuol cambiare le cose, ma perfettamente inutili senza il verificarsi di una precondizione. E la mafia è un ostacolo enorme allo sviluppo, ma non è la causa è il prodotto del mancato sviluppo, che in un circolo vizioso si nutre di fallimenti e a sua volta ne origina di nuovi. Il Sud ha un sistema produttivo striminzito, embrionale, quello privato non ha le risorse per fare da solo e ha bisogno di un forte intervento pubblico per partire, e l’intervento pubblico è saldamente in mano a una classe dirigente che trova la sua esistenza, sopravvivenza, nel mancato sviluppo.

È il feudo il grande, intonso, problema del Sud. Fino a quando non si scardinerà il feudo nessuno sviluppo sarà in grado di sovvertire le sorti del Meridione. Le aree interne si sono spopolate perché le classi dirigenti hanno operato perché si spopolassero, e i giovani sono stati costretti a partire per sfuggire, non sottomettersi, non scendere a patti con una razza padrona. In questo sistema perverso, in fondo, le mafie hanno giocato il ruolo che era loro consono, soffocare il ribellismo, o farlo confluire in un percorso criminale, soffocare e assoggettare l’intraprendenza privata, in un meccanismo, tra mafie e classe dirigente, che quando non è stato di complicità, è stato di reciproca convenienza, di convergenza di interessi. La magistratura per lungo tempo ha assistito, per tanto tempo ha poi perseguito il versante mafioso del problema, e spesso prediligendo la parte stracciona del crimine.

E anche quando l’intervento è diventato massiccio, è mancata l’azione politica, la costruzione di una classe dirigente capace, libera. Le forze centrali della politica hanno lasciato sussistere in loco casati che si susseguono di generazione in generazione, con una logica del ricambio che è quella dei figli al posto dei padri, e poi dei nipoti. E non è una questione di colori. Un blocco unico, solo apparentemente variegato continua a governare. Tutto è saldamente in mano al feudo, chi si integra, è integrato, resta, gli altri si devono arrangiare, nel senso di partire.

E continuerà a esserci un piano per il Sud di tipo epidemico, fino a quando, la politica, non deciderà di scardinare il feudo, di aprire le porte del potere politico, istituzionale, imprenditoriale ai figli di nessuno. Fino a quando ciò non si verificherà, i borghi resteranno deserti e i giovani continueranno a riempire valigie