La vicenda giudiziaria che ha ingiustamente distrutto la vita pubblica e privata di Ottaviano Del Turco (e facilitato o comunque reso migliore, in varia misura, quella di molti dei suoi accusatori) provoca ancora oggi in me, suo avvocato difensore, un senso di nausea e di indignazione dal quale mi sento puntualmente sopraffatto. Ma questa ultima infamia, del trattamento pensionistico revocato ad un uomo gravemente malato e reso del tutto inconsapevole dal morbo di Alzheimer all’ultimo stadio, mi costringe a rimettere mano a questa incredibile, invereconda vicenda.

Ottaviano Del Turco commise un solo – ma fatale- errore, nella sua esperienza di Governatore dell’Abruzzo: ritenersi più forte dell’immenso potere esercitato dalla sanità privata in quella Regione. Prima in campagna elettorale, poi appena eletto, perseguì – starei per dire con sorprendente impudenza, ma questo era l’uomo- la priorità politica di ricondurre nella legalità il rapporto tra sanità pubblica e privata, istituendo finalmente un meccanismo di controllo serio e credibile sull’immenso flusso di denaro pubblico che confluiva senza freni nella sanità privata convenzionata. In tre anni al governo della Regione – come alla fine hanno dovuto prendere atto, dalla Corte di Appello in avanti, gli stessi suoi giudici- la Giunta Del Turco, semplicemente accertando irregolarità ed illegittimità retributive del più vario genere, aveva revocato alle cliniche private abruzzesi qualcosa come un centinaio di milioni di euro. Per darvi una dimensione della enormità di quella scelta politica ed amministrativa, sappiate che la precedente Giunta aveva contestato e recuperato, allo stesso titolo, 200mila euro. Cento milioni contro duecentomila euro.

Quando, il 14 luglio 2008 la Polizia Giudiziaria venne a prenderlo a casa per portarlo in carcere (insieme a mezza sua Giunta regionale), l’ordinanza di custodia cautelare che Ottaviano, incredulo, poté leggere era scritta interamente recependo senza filtri le dichiarazioni di due signori: Vincenzo Maria Angelini, proprietario del più importante gruppo di cliniche private abruzzesi; e Luigi Pierangeli, presidente dell’Aiop, associazione di categoria che raggruppava tutte le restanti cliniche private diverse da quelle del gruppo Angelini. Il cento per cento della Sanità privata abruzzese dava il benservito alla Giunta che aveva osato tanto. I due gruppi erano in realtà in forte competizione tra di loro; ma l’obiettivo fu infine convergente. Pierangeli era andato in Procura a Pescara non meno di una ventina di volte (ma forse di più, non ho voglia di andare a contarle), con altrettante denunce raccolte a verbale, nelle quali affermava (ed a suo dire documentava) che tutte le iniziative amministrative adottate dalla Giunta Del Turco in materia sanitaria erano illegittime, e tutte indebitamente favorevoli al gruppo Angelini.

Questa incredibile e quasi maniacale attività di denuncia fu recepita dalla Procura di Pescara senza una sola obiezione, ed infine trasfusa pari pari in un incredibile raffica di capi di imputazione per abuso in atti di ufficio, falsi ideologici e chi più ne ha più ne metta, dei quali – ascoltatemi bene – non uno solo, dico non uno solo, è sopravvissuto all’impietoso giudizio di inesistenza dei fatti, ovviamente solo dopo la incredibile sentenza di primo grado che, asseverando invece senza esitazioni la bontà di quelle denunce, condannò Del Turco a dieci anni di reclusione. Nulla, una montagna di chiacchiere pretestuose, gratuite, infondate, grossolanamente speculative, odiosamente saccenti, desolantemente insensate dal punto di vista tecnico-giuridico, utilissime però a fare fuori quella Giunta, come puntualmente accadde.
Angelini servì a chiudere il cerchio. Perché mai, d’altronde, la Giunta Del Turco avrebbe così impudentemente favorito le cliniche del suo gruppo, se non per il vile denaro? Perciò Angelini viene convocato in Procura, ma cade dalle nuvole: mai dato una lira.

Senonché viene contestualmente ad apprendere – sono atti del processo, a disposizione di chiunque vorrà consultarli – che la Procura sta mettendo da tempo il naso nelle sue attività di storno di immense quantità di denaro (già una sessantina di milioni di euro) che egli starebbe da tempo sottraendo alle sue aziende. Brutta storia. Ma forse, gli dice il Procuratore capo dott. Trifuoggi, questi soldi, o una importante parte di essi, Lei dott. Angelini li ha distratti dalle aziende perché costretto a pagare la politica? Ci pensi bene, perché in questo caso da potenziale indagato (di bancarotta per distrazione, per esempio, ma anche di corruzione), lei diventa persona offesa, vittima, concusso da Del Turco e sodàli, sa quella storia della concussione ambientale, Mani Pulite eccetera. Insomma, ci pensi bene. Il verbale del primo approccio in Procura è testualmente in questi termini.

Ci penso su, dice Angelini, ingolosito. Dopo qualche giorno, ritorna, per dire: a ben riflettere, oltre sei milioni di quei soldi che ho ritirato in contanti dalle mie aziende li ho dovuti dare alla vorace banda Del Turco. D’altro canto, basta leggere l’incipit della sua “collaborazione”, per capire di cosa stiamo parlando: «Sono qui questa sera perché mi è stato assicurato che sarei stato compreso per quello che più avanti dirò». Assicurato? E da chi? È la Giustizia, bellezza. Qui inizia la grottesca, tragicomica sarabanda dei “riscontri oggettivi”: l’imprenditore deposita, in tempi successivi, le ricevute telepass di una serie di autovetture delle sue aziende, e le ricevute bancarie dei prelievi in contanti di somme dai conti correnti delle sue società. Attribuisce tutte le uscite autostradali al varco di Aielli-Celano, di qualsivoglia e non identificata autovettura delle sue Società, quale prova delle sue trasferte a casa di Del Turco.

Che non abita, ovviamente, dentro il casello di Aielli Celano, ma a Collelongo, uno dei molti paesi (ad almeno 20 km di distanza dal casello) per raggiungere i quali chi viene da Chieti in autostrada può uscire a quel varco. Il quale ultimo torna però anche utilissimo per raggiungere una delle vicine cliniche di Angelini, impegnando anzi la via più breve. Nossignore, spiegherà Angelini quando finalmente noi potremo obiettarlo in dibattimento, non ho mai fatto utilizzare né al mio autista né ai miei dipendenti quella uscita, uso solo ed esclusivamente, senza una eccezione che sia una, quella successiva di Avezzano (percorso totale più lungo). “Me possino cecamme”, si direbbe a Roma (basterebbe infatti una qualsivoglia altra ragione di uscita a quel casello, per elidere ogni già flebile capacità indiziante rispetto alla casa di Del Turco). Mai uscito ad Aielli Celano in vita mia, né alcuno dei miei, se non per andare a casa di Del Turco carico di denari. Lui seleziona 26 uscite ad Aielli Celano, e tenta di incrociarle con i prelievi, ma è sfortunato e non ne trova nemmeno uno coincidente.

La cosa incredibile è che la Procura di Pescara non fa un plissè quando Angelini spiega a suo modo l’arcano: il Satrapo mi faceva avvertire dai suoi di preparare prima i soldi (ecco i ritiri al bancomat o in banca), e dopo alcuni giorni, a suo piacimento, giocando come il gatto con il topo, mi ordinava di portarglieli immediatamente. Ecco allora come si fanno coincidere – si fa per dire, naturalmente! – i prelievi (da lui scelti tra centinaia di altri identici, tramite i quali ha depredato le sue società) con i famosi Telepass, tutti relativi a date diverse. Come fa, dott. Angelini, a ricordare quali fossero i 26 prelievi per Del Turco, tra centinaia di altri identici? Solo chi ha sofferto le indicibili umiliazioni che ho subito io da Del Turco potrebbe non ricordarli. E come mai le uscite ad Aielli Celano sono invece quasi una ottantina? Andavo a fargli visita spesso, per parlare di politica. Uno stalker, più che un concusso.

Siamo su Scherzi a Parte? Nossignori, siamo dentro il famoso processo Del Turco e la sua “montagna di prove” che la Procura di Pescara ebbe l’impudenza di preannunciare in una roboante conferenza stampa. Sto solo raccontando – per quanto incredibili siano – alcune delle più esilaranti (se non parlassimo di una tragedia) “prove” in base alle quali, come se niente fosse, è stato massacrato un galantuomo, un grande protagonista delle lotte sindacali ed operaie degli anni ruggenti, un socialista con la schiena diritta e le mani pulite. Vuoi vedere che prima o poi qualcuno dei nostri famosi “giornalisti di inchiesta”, gli eroici nostri cronisti giudiziari che scodinzolano ubbidienti nei corridoi degli Uffici di Procura, o ne attendono trepidanti i wapp, troverà un po’ di coraggio e andrà finalmente a cercare di capire come, e soprattutto perché, sia potuto accadere tutto ciò?

E non vi ho ancora raccontato niente: preparatevi, nella prossima puntata, a sentire il racconto delle foto delle mele, delle noci, e delle buste piene di soldi: Groucho Marx, al confronto, è un dilettante. Meno male che Tu, Ottaviano, amico mio, non riesci più a sentire nemmeno l’olezzo maleodorante che torna su da questi ricordi dolorosi. A volte la malattia sa essere pietosa.

Fine prima puntata. (Continua domani)

Presidente Unione CamerePenali Italiane