Non un passo indietro. Anzi, un percorso già segnato da paletti precisi quello del governo rispetto all’annoso dossier Unicredit/Mps. Lo ha indicato ieri sera il ministro Daniele Franco in audizione davanti alle commissioni Finanza di Camera e Senato. Senza altri tentennamenti e quindi senza altri rinvii il governo chiuderà la vendita del Monte a Unicredit entro l’anno e non chiederà ulteriori proroghe alla Ue. Il tutto «a fronte di precise garanzie che riguardano gli occupati, il marchio e il territorio».

Ora però la partita Mps ne incrocia come minimo altre due altrettanto importanti: quella politica, le elezioni suppletive a Siena dove il segretario del Pd Enrico Letta ha deciso di candidarsi a ottobre allegando però una promessa che poteva evitare («Se non passo, lascio»); quella del riassetto del sistema creditizio nazionale viste le dimensioni, le difficoltà patrimoniali ma anche la storia del banco di Rocca Salimbeni, il più antico d’Italia (1472). Partita così delicata e complicata che il segretario del Pd ieri mattina ha deciso di uscire allo scoperto e dire la sua: «Basta rinvii, mi candido a Siena per rilanciarla». Non poteva fare diversamente perché lo stillicidio tra le correnti del Pd è già iniziato.

Le parole del ministro Franco ieri sera sono state chiare ma non potevano essere rassicuranti per il territorio che nel caso del Monte coincide con almeno tre regioni: Toscana, Umbria, Marche. Saranno i dettagli – che in questo come in altri casi sono vite e destini – a fare differenza. Due numeri: il Monte ha 20 mila dipendenti di cui tremila a Siena; si parla di un taglio di almeno 5-6 mila persone.

Servono almeno 7 parole chiave per spiegare questa storia: Unicredit; Mps; Siena; Pd; Letta; posti di lavoro; ottobre. Cominciamo dall’ultima. Sul finire della scorsa settimana sono arrivati i risultati non incoraggianti degli stress test della Bce. Da qui la decisione del governo Draghi di chiudere entro l’anno la vendita di Mps a Unicredit. Nessuna richiesta di proroga alle Ue. “Mps non sarà la nuova Alitalia”, cioè una macchina mangia soli è lo slogan del momento. Sbagliato, però. Mps, infatti non può in alcun modo essere paragonata alla voragini create nei decenni da Alitalia e dai vari commissari. Mps è stato per decenni una mucca da mungere con cui inseguire sogni di gloria. La banca più bella doveva diventare un polo finanziario, una city nel cuore del Chianti. Negli anni ha fatto – sono state suggerite – alcune acquisizioni scellerate: Banca 121 e Antonveneta. Al di là dei processi, sono state due decisioni sbagliate. E fallimentari per Rocca Salimbeni.

Chiudere la vendita ad Unicredit entro l’anno vuol dire che da ora in poi iniziano i tavoli per decidere cosa Unicredit terrà e cosa farà morire. Decisioni che saranno assunte anche col governo: il Tesoro possiede il 64,2% di Mps ed è il principale azionista dal 2017, anno del salvataggio pubblico deciso dal governo Gentiloni, Padoan ministro economico. Nel frattempo Padoan, eletto nel 2018 nell’uninominale di Siena dove ora correrà Letta, ha lasciato la Camera per diventare presidente di Unicredit. Sarà Padoan, insomma, oltre all’ad Orcel, a sedere al tavolo con i sindacati e il ministro Franco. È un curioso gioco di ruoli che s’intrecciano e si cambiano e si ribaltano. Ma non c’è dubbio che la presenza di Padoan sarà una garanzia in più per Siena, i senesi, la Rocca Salimbeni e per il buon esito della trattativa. Il destino, cioè, di 1500 sportelli in Italia, 20 mila dipendenti e quattro milioni e mezzo di clienti su cui lo Stato ha già detto che darà «ampie garanzie, specie per le aziende del territorio”. Si parla di “operazione di mercato con articolato intervento pubblico».

Veniamo ora alla politica. Lega e 5 Stelle vanno a corrente alternata su questo dossier che da sempre incrocia i destini del Pd e del centrosinistra. E quindi hanno attaccato quando il Pd studiava il salvataggio. Attaccano anche adesso che ne vorrebbero loro un altro su misura. «Guai alla macelleria sociale» avvisa il sindaco di Siena Luigi De Mossi (centrodestra): «Finché ce n’era tutti hanno usato il Monte come una mucca da mungere. Non è che adesso siccome la mucca ha finito il latte la si fa a pezzi». Come è noto Letta ha accettato di correre nelle suppletive di Siena (seggio lasciato libero da Padoan). Scelta non facile, esito affatto scontato (anche per qualche dissidio ora superato con Italia Viva) ma che certo confidava nel fatto che il dossier Mps arrivasse sul tavolo dopo le urne. Come non detto: l’impossibile è diventato realtà. Dopo qualche giorno di comprensibile riflessione, mentre le correnti del Nazareno hanno iniziato a fare ipotesi e scenari, ieri mattina il segretario Pd ha deciso di uscire allo scoperto. E fare l’unica cosa che può fare: accettare la sfida e cercare di trasformare un handicap in opportunità. In una lunga lettera a Repubblica il segretario ha spiegato quella che sarà la sua strategia su Mps: «No a spezzatini ma per il Monte è finito il tempo dei rinvii senza strategia»; «ci sono stati errori di sistema e della sinistra su cui rafforzerò l’autocritica»; la città può diventare «un polo delle scienze della vita grazie ai fondi del Pnrr». Siena distretto universitario e industriale per la ricerca farmaceutica? Magari. Molte realtà sono già qui. Ad esempio il laboratorio che ha il brevetto per le monoclonali. Intanto sarebbe utile farci arrivare un buon collegamento di treni.

La pubblicazione della lettera ha fatto scattare al Nazareno la caccia alle streghe. Le domande dell’inner circle del segretario sono sostanzialmente due: chi ha convinto il segretario a candidarsi nello sventurato collegio toscano, dopo le iniziali titubanze? Come mai Unicredit ha anticipato il piano di annessione dell’istituto senese in modo assolutamente non previsto? Cambiava qualcosa se una fusione così onerosa fosse stata annunciata ad ottobre, a seggio assegnato? E, soprattutto, c’è una relazione tra i due fatti? Ovvero: chi ha consigliato Letta sapeva che Unicredit avrebbe bruciato i tempi? In questo modo, una elezione suppletiva sonnacchiosa, di fatto senza avversari, rischia di trasformarsi in una prova del fuoco. Incuriosisce – e preoccupa – anche il sostanziale silenzio della coalizione: Renzi ha escluso subito qualsiasi velleità; il competitor interno Andrea Marcucci si è schierato con il segretario; Conte e grillini sostanzialmente non pervenuti. Eppure Siena era stato un loro cavallo di battaglia. “Stanno forse preparando un agguato?” si chiedono preoccupati gli orlandiani che, mettendo le mani avanti, fanno sapere che a suo tempo sconsigliarono il segretario a candidarsi a Siena. E così i sospetti ancora una volta cadono sull’uomo dei misteri, sempre il solito, Dario Franceschini. Che mal sopportò, mesi fa, di essere stato esautorato come capodelegazione e sostituito con Andrea Orlando. Che succede, poi, se il centrodestra candiderà l’agguerritissimo sindaco Luigi De Mossi? Agosto sarà il tempo delle risposte.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.