La vulgata di queste ore sull’AfD neonazista è, a dir poco, semplificatrice. Le dittature novecentesche di destra trovavano fondamento nello Stato di matrice hegeliana, totalizzante, dirigista e onnipresente nell’economia e nella società, mentre la concezione dell’AfD è per molti aspetti rovesciata. E per scoprirlo basta fare una cosa semplice: leggere il programma presentato agli elettori tedeschi nel 2025. Gli interventi dello Stato nel mercato saranno ridotti al minimo. E poco oltre viene indicato ciò che dovrebbe prendere il posto dell’intervento pubblico: priorità alla concorrenza.

Sul patrimonio, la scelta è ancora più netta: abolire le imposte patrimoniali e di successione. Dietro le singole misure emerge una filosofia riconoscibile. Il programma esalta la responsabilità individuale e l’autodeterminazione finanziaria. Difende il freno costituzionale al debito, contro l’espansione della capacità d’intervento pubblico. Persino sul terreno monetario il filo conduttore non cambia.

L’AfD aggiunge qualcosa che né Nozick,Milei,Thiel spiegano interamente: il nazionalismo identitario tedesco. Ed ecco il paradosso. Lo Stato che deve arretrare davanti al mercato ritorna fortissimo quando si arriva ai confini, all’immigrazione, alla sicurezza e all’identità. Il programma vuole che la Germania torni a controllare direttamente le proprie frontiere, propone un out-out dalla politica europea dell’asilo, respingimenti degli ingressi illegali e una vasta offensiva di rimpatri. La formula potrebbe essere: Stato minimo nell’economia. Stato forte ai confini. Stato identitario nella società.

Ma proprio qui si nasconde la contraddizione per l’elettorato popolare dell’AfD. A chi domanda protezione, il partito offre certamente più protezione identitaria, ma non più protezione economica. Dietro lo Stato forte alla frontiera c’è uno Stato che, quando il cittadino entra nel mercato, promette di ritirarsi. La medesima costruzione conduce direttamente all’Europa. Il programma propone di passare dall’Unione a un’alleanza di nazioni europee. E stabilisce: tutte le altre materie tornano alla competenza degli Stati nazionali. Sarebbe la liquidazione del processo che da Maastricht in avanti ha tentato di trasformare una comunità economica in un soggetto politico sovranazionale.

L’AfD cresce anche nelle crepe che l’Europa ha contribuito ad aprire. Abbiamo costruito una moneta senza uno Stato, regole comuni senza un vero governo comune, abbastanza Europa da renderne visibili i vincoli ma non abbastanza da renderne altrettanto visibile la forza politica. Per questo, liquidare l’AfD come un semplice rigurgito nazista non è soltanto intellettualmente pigro. È politicamente pericoloso. Quello che emerge è qualcosa di diverso e più contemporaneo: liberismo economico radicale, Stato minimo selettivo, nazionalismo identitario e demolizione dell’integrazione politica sovranazionale. Non è necessariamente il ritorno del Novecento. Ed è proprio per questo che sarebbe il caso di cominciare a prenderlo sul serio.

Emilio Di Marzio

Autore