Di fronte a questa morte, a qualche mese da quella di Maurizio (Cerrato, ucciso lo scorso aprile a Torre Annunziata per un parcheggio, ndr), è necessario che questa città si svegli per uno scatto di dignità”. Sono le parole forti pronunciate da don Mimmo Battaglia, l’arcivescovo di Napoli che oggi pomeriggio ha voluto pronunciare l’omelia durante i funerali di Antonio Morione, il pescivendolo di 41 anni ucciso la sera del 23 dicembre da un proiettile in pieno volto durante un tentativo di rapina avvenuto nella sua attività di Boscoreale.

Almeno 500 le persone presenti, tra l’interno della chiesa del Carmine di Torre Annunziata e l’esterno, per assistere all’ultimo saluto del 41enne ucciso da un commando armato, nel tentativo di difendere nuora e figlia. Palloncini bianchi e azzurri, magliette bianche con il volto del commerciante e una dedica alle spalle (“Un giorno ci rincontreremo, allora torneremo da dove avevamo cominciato: Io e te. Insieme. Come ai vecchi tempi. Tre metri sopra il cielo”) e violini che hanno intonato le note dell”Alleluja’ all’uscita del feretro dalla chiesa. 

Funerali preceduti da un corteo partito da casa di Morione e che si è fermato proprio davanti alla pescheria ‘Il Delfino’ in via Della Rocca, prima di proseguire verso il santuario dello Spirito Santo. “Giustizia, giustizia, giustizia”, il grido unanime della folla in corteo, accompagnato da pianti, abbracci, urla.

Quindi l’arrivo del feretro nella chiesa e le parole di don Mimmo Battaglia. “Quello di Antonio è stato un delitto atroce, assurdo, l’ennesimo, perché torno in questa Chiesa dopo aver celebrato il funerale di Maurizio Cerrato”, ha ricordato l’arcivescovo di Napoli.

Don Battaglia che ha spiegato ai presenti di avere “difficoltà” nel trovare “le parole giuste in questo momento”. “Vorrei che fosse Antonio ad aiutarmi, a parlare insieme a me. Sapendo che la vita di Antonio non è terminata gli chiedo: ‘Dove stai andando? Su quella strada sterrata, che cosa porti con te, che cosa lasci?’. E provo ad ascoltare le sue parole. ‘Lascio una terra in cui la vita di un uomo si può far soffrire, lascio una terra dove si muore per nulla ma consapevole che porterò dietro l’amore per la mia famiglia’. E allora ti domando perché piangi? ‘Perché troppo breve è stata la mia vita, piango perché dopo il clamore arriverà il silenzio e tutti dimenticheranno questa storia’. Di fronte a questa morte è necessario che la nostra città pianga. Chi non piange non è madre”.

Un pianto che per don Battaglia deve aiutare “questa città, questa comunità, a mettere da parte indifferenza e superficialità. Le lacrime ci aiutino a vedere che la parte buona è superiore a quella cattiva, ma è arrivato il momento che si faccia sentire e vedere”, è stato l’appello dell’arcivescovo alla folla presente. 

Quindi la richiesta, scandita a voce alta: “Di fronte a questa morte, a qualche mese da quella di Maurizio, è necessario che questa città si svegli per uno scatto di dignità”. 

Don Battaglia si rivolge direttamente ai rapinatori, ricercati incessantemente dai carabinieri: “Agli uomini che hanno commesso questo gesto possiamo offrire nostro dolore, rabbia ma mai resa. A loro diciamo ‘se avete bisogno di noi siamo qui, il vero coraggio non è la fuga ma consegnarsi alla giustizia”.

Toccante invece il ricordo di don Pasquale Paduano, parroco della chiesa del Carmine: “La famiglia Morione ha trasformato dolore in amore donando pesce alla mensa dei liberi nei giorni scorsi. Perché Antonio era così: se avevi fame e non avevi soldi andavi alla sua pescheria e lui in qualche modo ti aiutava”.

Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.