Ieri il Gip ha disposto gli arresti domiciliari per Pietro Genovese, il giovane indagato per duplice omicidio stradale. Non si capisce bene il motivo dell’arresto. Non c’è sicuramente pericolo di fuga: tutti i riflettori sono puntati su di lui e il padre è un famoso regista. Non c’è pericolo di nascondere le prove, molte delle quali, purtroppo, sono lì su quella maledetta strada. Né tanto meno c’è il rischio di reiterare il reato. Il dubbio, molto forte, è che questi arresti siano dettati dal bisogno di tenere a bada i latrati dei media, che da giorni su questa vicenda stanno soffiando sul fuoco del giustizialismo. La terribile morte di Gaia e Camilla, la vita rovinata del giovane sono solo espedienti per aizzare gli animi, spingerli sempre di più sul crinale della vendetta, del linciaggio.

È lo stesso crinale che anni fa ha spinto il legislatore ad approvare la legge sull’omicidio stradale. È forse la legge più emblematica di questa ideologia che sta minando lo Stato di diritto: non ci si chiede come risolvere un problema, come far sì che le persone non muoiano più per strada, ma si punta a placare gli animi aumentando le pene o creando nuove fattispecie di reato. Il risultato è sotto i nostri occhi, anche in questi giorni: le morti in strada non diminuiscono, ma aumentano. La legge non solo non funziona da deterrente, ma rischia di dar vita a molte ingiustizie. Pietro Genovese voleva uccidere? Sicuramente no, ha commesso un grave, gravissimo, terribile errore, ma non voleva uccidere.

Oggi è considerato alla stregua di un presunto assassino e rischia dieci anni di carcere. Forse proprio questo caso, con la sua esposizione mediatica, ci dovrebbe spingere a riconsiderare la legge sull’omicidio stradale, a fare un passo indietro rispetto al bisogno sempre più impellente di risolvere con il carcere qualsiasi problema. Oggi è il giorno dei funerali di Gaia e Camilla, un giorno di dolore per le due ragazze. Un giorno che dovrebbe essere di silenzio. Ma chi spara su Genovese, chi lo espone a petto nudo nelle foto come ad indicarne la colpa, chi chiede galera e ancora galera, non sta piangendo. Sta solo approfittando di una immensa tragedia.