Quando Alberto De Bernardi mi ha chiesto di partecipare al dibattito della Fondazione PER su: “A 30 anni da Tangentopoli: noi c’eravamo“, ho pensato che avrei potuto dare un contributo alla discussione se mi fossi proposto di rispondere a quattro precise domande:
1) Tu che c’eri, avevi capito di cosa si trattava?
2) In funzione di quello che avevi capito, cosa hai fatto?
3) Quello che hai fatto, ha prodotto risultati (buoni o cattivi che siano stati)?
4) Alla luce di quell’esperienza, oggi cosa serve?

Provo a rispondere, cercando di andare all’essenziale su ognuna delle quattro questioni.

1) Cosa avevo capito di quello che stava accadendo.
Dico subito che non avevo capito che Tangentopoli sarebbe diventata la causa principale -se non addirittura l’unica- del collasso del sistema politico italiano che oggi chiamiamo “prima Repubblica“. Non lo avevo capito allora semplicemente perché Tangentopoli NON è stata la principale causa del crollo di quel sistema politico. A determinare il collasso fu il crollo del muro di Berlino, il venir meno della contrapposizione tra due blocchi politicamente, economicamente, ideologicamente e militarmente contrapposti. Quanti considerano Tangentopoli il principale fattore di crisi avanzano -contro questa mia tesi- un’obiezione precisa: “Il muro di Berlino cade per tutti, in Europa e nel mondo. Perché solo da noi trascina nella sua caduta l’intero sistema politico? Perché solo da noi esplode Tangentopoli.”

La domanda è ben posta, ma la risposta è sbagliata: la fine dell’Unione Sovietica e del conflitto Est-Ovest ha in Italia un effetto più profondo perché solo in Italia -alla fine degli anni 80 del novecento- il sistema politico era ancora organizzato attorno alla linea di faglia Est-Ovest. Nessuno dei partiti della prima Repubblica si era davvero preparato per essere protagonista del nuovo mondo: il PCI, in primis. Ma, a cascata, anche la DC e il PSI. Tangentopoli è stata invece un potentissimo fattore di accelerazione e moltiplicatore della crisi di funzione dei partiti e del sistema politico, trasmettendo l’onda d’urto dell’89 agli altri fondamentali “poteri“ dello Stato. Infatti, anche il rapporto tra sistema politico e sistema dei controlli si era sviluppato “tenendo in gran conto” il carattere anomalo della democrazia italiana, in cui la principale forza di governo “doveva” restare alla guida del paese -ad ogni costo-, perché la principale forza di opposizione “non poteva” farsi protagonista di un’alternativa di governo. Il vincolo della contrapposizione Est-Ovest teneva avvinti anche gli organismi di controllo. Quando il vincolo viene meno, vengono sconvolte tutte le relazioni tra i poteri.

Il “potere costituente”, chiamato a costruire un nuovo equilibrio, era situato nel rapporto tra cittadini elettori e partiti politici: mentre i primi danno segni evidenti di aver compreso l’urgenza dell’innovazione istituzionale (la partecipazione massiccia al referendum elettorale del ‘91), i secondi sembrano nostalgici del vecchio equilibrio, condannandosi per questa via all’impotenza. Nel vuoto tra l’esigenza (e la domanda) di innovazione politica e istituzionale e l’incapacità delle forze politiche di definire (o anche soltanto di concepire) le architravi di un nuovo sistema, si inserisce l’iniziativa della magistratura requirente, che usa senza infingimenti la categoria del “consenso popolare“, tipica della politica democratica (invito chi ha dei dubbi in proposito ad andare a rivedere o rileggere la conferenza stampa di Di Pietro e degli altri colleghi inquirenti contro il decreto Conso).

Ora, posso rispondere alla prima domanda: sia pure confusamente, che l’89 avesse questa portata “sistemica” e che Tangentopoli ne amplificasse l’onda d’urto l’avevo capito, assieme a tanti altri dirigenti e militanti della sinistra, che cercarono di far corrispondere a questa consapevolezza una precisa iniziativa politica. Vengo così alla risposta alla seconda domanda.

2) Se avevi capito, cosa hai fatto?
Nel giugno del 1992, l’Area Riformista del PDS -di cui mi onoro di aver fatto parte-presenta alla riunione della Direzione del partito un documento sulla fase politica, su Tangentopoli, sull’iniziativa del PDS. Quel documento era stato preparato da tre persone, appositamente incaricate da una riunione più larga: Gerardo Chiaromonte, Umberto Minopoli e il sottoscritto. Tre le questioni fondamentali affrontate:

a- la necessità di dare carattere costituente alla legislatura che si era appena aperta. Ho già ricordato l’esito del referendum del ‘91. Ma, soprattutto, era in corso la raccolta delle firme per i referendum elettorali per il maggioritario, su iniziativa del Comitato Segni, di cui un autorevole membro dell’Area Riformista del PDS –Augusto Barbera– era vicepresidente. In questa prima parte del suo documento l’Area Riformista del PDS- dimostrando di avere chiare le enormi conseguenze “nazionali” dell’89-proponeva al partito di impegnarsi nella costruzione di un nuovo equilibrio politico e istituzionale;

b- L’esigenza di riconoscere che era esistito ed esisteva, anche per il PCI- PDS, un “ambito di iniziativa finanziaria non trasparente“, da superare non solo con autoriforme, ma anche con interventi legislativi, così riconoscendo il fenomeno fatto emergere dalle indagini giudiziarie come problema politico;

c- L’urgenza di sviluppare un’iniziativa politica per la costruzione di un’alternativa alla DC attraverso un “polo aggregante“ costituito dalle forze del socialismo democratico. Alla luce di questo obiettivo, il documento proponeva di assumere un atteggiamento di esplicita apertura verso il tentativo di Giuliano Amato per la costituzione del nuovo Governo.

Circa l’accoglienza riservata al documento, basterà ricordare che le sue (numerose) pagine vennero fisicamente lanciate dal Segretario Achille Occhetto sulle prime file della Direzione. Alla nostra richiesta di pubblicazione sull’Unità venne opposto un netto rifiuto (col paradossale risultato che un’intera pagina pubblicava reazioni critiche ad un documento ignoto). Il rifiuto venne ribadito anche quando, per iniziativa di Domenico Carpanini, che aveva organizzato un’apposita sottoscrizione, si chiese all’Unità di pubblicarlo a pagamento, come inserzione pubblicitaria. Non mancò, infine, lo sberleffo di Cuore: impegnatosi a “reagire alla censura” pubblicando su ogni numero ben tre righe del testo, mantenne “l’impegno” fino alla sua ultima edizione. Nell’immediato, l’unico risultato ottenuto fu quello della rottura della maggioranza che aveva fatto la svolta dal PCI al PDS.

Guardando allo specifico problema di Tangentopoli, a cosa era dovuta la chiusura di Occhetto e della (in parte nuova) maggioranza del PDS? Molti, nell’immediato e successivamente, tesero a vederci la manifestazione di un disegno politico circa l’uso di Tangentopoli a fini di parte. Io, allora come oggi, mi convinsi che a dettare quella scelta siano state paura e illusione. Paura che anche la nuova creatura, il PDS, potesse essere travolta; e illusione che potessimo mantenerci -nel silenzio- al riparo dell’onda di piena.

3) E i risultati di più lungo periodo?
Nella mia esperienza personale, quella dura battaglia del giugno 1992 fu l’inizio di un lavoro di lunga lena, sia sulla strategia politica generale, sia sullo specifico tema della costruzione di un nuovo equilibrio tra potere politico e poteri di controllo. Sul primo punto, tornerò un’altra volta (se avessimo “aperto“ ad Amato, nel 1992, saremmo rimasti poi nel governo Ciampi, nel 1994… E alle elezioni di quell’anno non saremmo andati coi “Progressisti“ -in sostanza, PCI più Indipendenti di sinistra-, ma con il “centrosinistra“ del governo uscente…).
Sul secondo, voglio ricordare la grande soddisfazione che provai, da senatore della Repubblica, quando un larghissimo schieramento introdusse in Costituzione il “giusto processo“, col nuovo articolo 111. Pensai che da lì alla separazione delle carriere il passo sarebbe stato obbligato e cortissimo. Mi sbagliavo, ma qui siamo arrivati all’oggi, cioè all’ultima domanda.

4) Alla luce di questa esperienza, cosa serve?
Poiché 30 anni di permanente squilibrio nel rapporto tra i poteri fondamentali definiscono una condizione di inaccettabile stabilità, dobbiamo utilizzare l’occasione che ci viene offerta dalla combinazione di riforme progettate (e in parte realizzate) dal Governo Draghi e referendum popolari, per definire un nuovo equilibrio. A questo scopo, il tema della separazione delle carriere della magistratura giudicante e requirente è assolutamente centrale. Cosa deve ancora succedere perché si capisca che un processo giusto, in tempi ragionevoli, è solo quello che vede nel PM l’avvocato dell’accusa, in condizioni di effettiva parità rispetto a quello della difesa? Bene dunque l’iniziativa riformatrice del Governo.

Se però essa non dovesse trovare uno sbocco positivo-o se le soluzioni adottate non fossero sufficienti a superare il quesito-, bisognerà che siano gli elettori, con la partecipazione al voto e la vittoria del SÌ, ad aprire la strada verso un nuovo equilibrio. In materia di giustizia e di soluzioni liberali dei problemi aperti, i cittadini italiani, con la schiacciante vittoria del SÌ al referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati, avevano pronunciato parole chiare. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire… Bisognerà gridare almeno altrettanto forte.