Il primo argomento è questo: l’Italia è l’unico Paese europeo, a parte la Grecia, dove esiste la prescrizione. Affermazione che non lascia molti dubbi. Uno dice: sempre ci dobbiamo fare riconoscere… Beh, naturalmente si potrebbe opporre a questo argomento l’argomento opposto: l’Italia è il Paese dove i processi durano più a lungo. Nel senso che la durata  media di un processo penale è di 1377 giorni (tre gradi di giudizio) contro i 424 giorni di un processo medio negli altri Paesi europei.

Questo dato fa capire che magari in Europa non c’è gran bisogno di prescrizione, anche perché data la velocità dei processi non scatterebbe mai. E quindi il problema è italiano. Cioè il problema è: come si può riconoscere il diritto alla giusta durata di un processo in un Paese dove mediamente il processo dura tre volte più che nel resto di Europa?

Fin qui, Travaglio ha commesso solo un errore di omissione. Volontario o no. Probabilmente involontario: nessuno gli ha fornito questi dati. Poi c’è un errore più clamoroso: non è vero che la prescrizione esiste solo in Italia. Esiste, in varie forme, in quasi tutti gli altri Paesi che adottano la cosiddetta “Civil Law”.

Per esempio Spagna, Germania, Francia. Prendiamo la Francia, che è un luogo che un pochino pochino il diritto lo conosce e conosce un po’ lo Stato di diritto. Qui i reati si dividono in due categorie: crimini e delitti. I crimini sono i più gravi e prevedono pene comunque superiori ai 15 anni. I delitti pene inferiori. Tra i delitti, ad esempio, stanno tutti i reati di corruzione (sempre quelli più cari a Travaglio e ai suoi). Quanto dura la prescrizione, in Francia, per i delitti? Di norma tre anni, per alcuni delitti particolari solo tre mesi. Un reato che in Italia prevede la prescrizione dopo 15 anni (più eventuali sospensioni fino a 18 anni) in Francia si prescrive dopo tre. È vero che anche in Francia è possibile la sospensione della prescrizione. Anche per un tempo lungo. Mai, però, superiore al tempo massimo della prescrizione. Quindi, tre anni più tre anni: sei al massimo. Nei casi dei crimini invece la prescrizione scatta solo dopo 20 anni. Appena un po’ prima che da noi. (Questi dati sono facilmente reperibili nel sito web della Camera dei deputati).

Fino al 2012, effettivamente, la prescrizione in Francia era più lasca. Poi i termini furono ristretti e ora è si e no tre volte più generosa che in Italia, ma in alcuni casi solo il doppio, e in casi estremi addirittura uguale all’Italia (sei anni).

Secondo argomento di Travaglio. Grazie alla prescrizione, Berlusconi si è salvato 9 volte e Andreotti una. Già. E in Francia? O anche in Germania, o in Spagna? In Francia Andreotti non sarebbe stato nemmeno processabile  (e neppure in Germania, in Spagna, In Inghilterra, in Belgio, in Olanda, in Svizzera, in Polonia… posso continuare per un centinaio di righe) perché era accusato di un reato davvero strampalato (concorso esterno in associazione mafiosa) che non esiste in nessuno di questi Paesi e che è intraducibile nella gran parte delle lingue europee ( se non si vuole essere presi per pazzi); peraltro è un reato che è stato dichiarato (almeno per gli anni ai quali si riferisce il processo Andreotti) inesistente anche in Italia dalla Corte Europea. Quindi, su Andreotti, zero.

Su Berlusconi bisognerà tener conto del fatto che è stato mandato a processo 70 volte, una volta condannato (in condizioni assai discutibili) da un magistrato che ora è uno stabile collaboratore del Fatto Quotidiano, e tutte le altre volte assolto. Due osservazioni 1) ovviamente in nessun Paese al mondo sarebbe stato mandato a processo per 70 volte. 2) Probabilmente questa mania di mandare continuamente a processo le personalità più in vista, e che producono più pubblicità per i Pm, è una delle ragioni della durata folle dei processi in Italia. In nessun Paese ci sono tanti processi, e forse, se si volesse davvero migliorare la giustizia, bisognerebbe occuparsi di questo problema, non della prescrizione.

Travaglio poi chiede, provocatoriamente, ai sostenitori della prescrizione, quale sia l’articolo della Costituzione che rischia di essere violato con il codice Travaglio-Bonafede. Beh, qui basta una riga per rispondergli: l’articolo 111. Molti lo conoscono. Anche nelle scuole. Comunque, se chiede a Padellaro, sicuramente glielo spiega.

Mi devo fermare qui. Anche se vorrei continuare (ma è finita la pagina), perché quell’articolo di Travaglio dà uno spunto di riflessione a ogni riga. E forse è la chiave di volta per capire il motivo del crollo del giornalismo: l’abitudine, sempre più dilagante, a scrivere cose senza saperle (o, a volte, fingendo di non saperle).

Però un’ultima osservazione devo farla. Nello stesso numero del Fatto che ospita il proclama di Travaglio, c’è una bellissima intervista a Cesare Beccaria nella quale Beccaria si dice favorevole all’abolizione della prescrizione. No, no, non sono pazzo: è esattamente così. Un’ intervista immaginaria nella quale l’estensore spiega perchè Beccaria si è fatto convincere da Travaglio e ha abiurato. Uno di questi giorni pubblico un’intervista a Montanelli per chiedergli se si ricorda del suo allievo Travaglio. E se poi gli faccio dire “ oddio, non sapevo come levarmelo di torno, per fortuna c’era Cervi che me lo teneva lontano.”, certamente vado vicino alla verità.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.