Come sempre, molti sarebbero i modi per parlare dell’ultimo romanzo di Luigi Romolo Carrino, edito da Arkadia (pp. 256, euro 16), ma ve n’è uno che per l’autore napoletano vale sempre: ascoltare subito la sua pagina, che osa e non vuole avere paura, in un libro, Non è di maggio, il quale non è solo ambientato a Procida, ma di Procida finisce con l’essere una vera e propria iconostasi (buon auspicio per la capitale italiana della cultura nel 2022). «Scavando e scavando – si legge – mi nascono nella mano le conchiglie che si avvolsero in senso antiorario e fecero così e così, come fanno le cose tutte dell’Universo». Con questa scrittura che vuole toccare come dita veloci e fauste la vastità incontrollabile della vita, Carrino racconta la storia di Angela Lieto da ragazza (personaggio che abita, da anziana, alcuni dei suoi romanzi precedenti), il suo amore contrastato per Salvo, studente di giurisprudenza nel 1961, ma contadino povero di Piedimonte Matese, quindi reputato non degno dello status e del danaro dei Lieto, e il frutto – un parto gemellare – di quest’amore tragicamente amputato da una febbre prematura.

Il racconto, però, non si svolge dal punto di vista di Angela, bensì da quella di uno dei due figli maschi che metterà al mondo, lei abbandonata dai genitori, confinata in una villa di famiglia sull’isola di Procida e assistita dalla presenza muta della cameriera-mammana-janara Rosina. E non è un punto di vista qualsiasi, perché sì, a parlarci, in prima persona, è Salvo, al quale è stato dato lo stesso nome del giovane padre morto di tifo (altra sarà la sorte del fratello gemello Antonio): ma Salvo non è solo il feto che percepisce il mondo dal ventre materno, non è solo il bambino appena nato e subito rifiutato dal dolore di una madre vedova, non è neppure soltanto l’adolescente che cresce aderendo con ogni sua fibra all’isola di Procida, in compagnia, lui moro, di un bambino ritardato, Nuccio, e biondissimo.

Il punto di vista di Salvo è il punto di vista dell’enigma del tempo: quello della fisica contemporanea, il tempo quantistico e della teoria della relatività, è il più realistico punto di vista dato che «non esiste una realtà oggettiva. Esiste un fatto per chi guarda, e non è lo stesso fatto per ognuno». E dopo che saremo andati avanti e indietro nel tempo, dal 1961 a quasi quarant’anni più tardi; dopo che avremo ripercorso le fratture e le ricomposizioni della famiglia Lieto e la presenza potente della janara Rosina; dopo che arriveremo a un climax di eventi che si schiantano tra mare e terra intorno e sopra Procida, luogo che assomma in sé i confini e la mancanza di confini della nostra idea del mondo, arriveremo a concludere che «tutto sommato, quello che appare come un disordine è soltanto una particolare configurazione dell’ordine».

A essere importante, piuttosto, è l’intensità delle esperienze di gioia e di dolore di donne, ragazzi, marinai spersi in mare, pezzi di pagina ingiallita strappati a una copia de L’isola di Arturo, conigli birilli e canelle nerine: un’intensità che Carrino raggiunge accrescendo e diminuendo la materia della scrittura, come se questa fosse essa stessa la curvatura dello spazio-tempo, la danza cosmica incessante in cui tutto è connesso, non dalla tecnologia, ma dalle strutture profonde dell’essere. A Procida, nell’anno che verrà, il punto di osservazione di Salvo potrà aiutare a vivere l’intensità del luogo, la quale giace inscindibilmente nella memoria letteraria e in quella di giorni sempre uguali.