Il luglio 1960 si è sviluppato come è stato descritto da Claudio Petruccioli e da Fausto Bertinotti. Si sarebbe però risolto in una tragedia peggiore (ci furono comunque manifestanti uccisi dalla polizia in varie città) se non ci fosse stato uno sbocco politico, quello offerto dal Psi con il centro-sinistra. Ciò è sottolineato nella ricostruzione di Petruccioli e in parte anche in quella di Bertinotti. Quello che non ricordano è che quello sbocco alle origini fu costruito non d’intesa, ma contro una parte cospicua del Pci e contro quella parte del Psi che poi ottusamente fece nel 1964 la scissione del Psiup, sulla quale torneremo. In quella vicenda un’autentica stranezza fu il comportamento assai contraddittorio del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Il vero artefice dell’elezione di Giovanni Gronchi contro il gruppo dirigente democristiano fu Pietro Nenni, che si mosse molto abilmente per aggiungere un tassello nella costruzione del centro-sinistra.

Lo fece con una complessa manovra parlamentare che vide combinare insieme i voti di tutta la sinistra (Pci e Psi) e di una larga parte del centro-destra (destra democristiana antifanfaniana e missini). Tambroni era un uomo di Gronchi che gli diede l’incarico proprio nella logica di preparare il centro-sinistra. A loro volta sul terreno del gioco tattico e della manovra, la destra democristiana e quella missina non sbagliarono un colpo e ad un certo punto Tambroni, che era un mediocre avvocato di provincia, sfuggì sia alla gestione di Gronchi sia al controllo del gruppo dirigente democristiano che non voleva certo trovarsi in mezzo al decollo di una guerra civile. Ma Tambroni era stato per anni ministro degli Interni e in quel mondo opaco c’erano forze che in nome dell’anticomunismo, ideale che poi nel 1964 si tradusse in antisocialismo assai pratico, erano pronte. Tambroni sfuggì a tutti, non solo al suo originario sponsor Giovanni Gronchi, ma anche al gruppo dirigente democristiano. Sarebbero stati guai serissimi, con tutti quei morti per le strade ma anche con quella mobilitazione della polizia, se Moro non fosse stato in grado di proporre una soluzione di tregua che si fondava sul fatto che per il futuro era possibile una soluzione politica organica di stampo riformista, che era quella del centro-sinistra.

Quello sbocco politico non ci sarebbe stato se a suo tempo, cioè dai tempi del rapporto segreto di Kruscev e specialmente dell’occupazione sovietica dell’Ungheria, da un lato Pietro Nenni non avesse rotto con il Pci e ricostruito l’autonomia politica e culturale del Psi e dall’altro lato Riccardo Lombardi, su questo totalmente concorde con Nenni, non avesse costruito, insieme ad Antonio Giolitti, agli amici de Il Mondo e a Ugo La Malfa i punti programmatici dell’eventuale intesa con la Dc, che aveva come punti chiave la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la riforma urbanistica, la riforma della federconsorzi, la riforma della scuola. L’autonomia socialista fu riconquistata non d’intesa, ma contro larga parte del Pci e anche contro un bel pezzo di Psi che non a caso al Congresso di Venezia del Psi nel 1957 impallinò Nenni nell’elezione del Comitato centrale. Fortunatamente prima del luglio del 1960 c’era stato il Congresso del Psi nel 1959 vinto da Nenni per cui lo sbocco politico dal 1960 in poi era possibile, altrimenti l’esplosione del movimento del luglio del ’60 si sarebbe trovato in un tragico cul de sac.

Certamente di fronte all’autentica provocazione di un monocolore democristiano con l’appoggio determinante del Msi, ma specialmente all’autentica provocazione costituita dalla convocazione a Genova del Congresso del Msi, nella città ligure si scatenò di tutto: quel pezzo di resistenza partigiana, molto forte in Liguria, che si sentiva “tradita” dalle vicende successive al 1945, i “camalli del porto”, forti nuclei di classe operaia, un’inattesa ribellione giovanile, anche vaste aree di ceto medio intellettuale: tutto ciò – espresso poi in modo icastico dal comizio di Pertini e dalla battuta di Riccardo Lombardi («non c’è il rischio di guerra civile, la guerra civile c’è già») – fece capire al gruppo dirigente democristiano che la coppia Gronchi-Tambroni aveva provocato una situazione pericolosissima per tutti da cui bisognava uscire. Ma se il Psi non fosse stato quello affermatosi (grazie a Nenni, a Riccardo Lombardi, a Fernando Santi e a molti altri) dai Congressi di Venezia e Napoli, ma fosse rimasto quello del 1955, lo sbocco politico non ci sarebbe stato, la situazione si sarebbe presentata senza via d’uscita e l’avventurismo di Tambroni e di tutto un mondo che stava alle sue spalle avrebbe potuto fare anche in presenza di quel movimento danni devastanti. Per capirci, già nel 1955 nel suo Congresso di Torino il Psi aveva parlato di “dialogo con i cattolici”, ma lo aveva fatto mantenendo in piedi il frontismo col Pci e anche lo stalinismo ideologico con effetti politici molto scarsi.

Quindi quando si esaminano vicende assai complesse come quelle imperniate sul luglio 1960 bisogna porre in essere quella che Palmiro Togliatti ha chiamato «l’analisi differenziata»: un metodo di analisi che, però, a suo tempo egli ha adottato in modo assai discontinuo, assai serio quando lo ha applicato ai fascisti («il corso sugli avversari», Lezioni sul fascismo), del tutto reticente o addirittura inconsistente quando si è occupato dell’Unione Sovietica. Ma questa ricostruzione deve riguardare non solo ciò che avvenne prima del 1960, ma anche ciò che avvenne dopo, perché la sinistra ha commesso gravissimi errori non solo dopo il 1989, ne ha commessi di gravissimi anche prima. A proposito del centro-sinistra, Bertinotti parla sia delle sue importanti realizzazioni, sia della sua involuzione moderata e del suo fallimento nell’obiettivo di trasformazione della società. A nostro avviso comunque in centro-sinistra per un verso ha salvato la democrazia nel nostro paese, per altro verso ha contribuito a modernizzarlo, per un altro verso ancora è stato segnato da un’involuzione moderata.

Esso è stato certamente pieno di contraddizioni e per molti aspetti gli anni ’64-’68 non sono stati brillanti, anche se riforme assai importanti furono fatte nella fase Rumor-De Martino, ma, messi nel conto tutti gli errori del gruppo dirigente socialista nelle sue molteplici articolazioni (Nenni, De Martino, Mancini, Lombardi, Giolitti), dobbiamo anche parlare degli incredibili errori (mi riferisco al Pci) e di qualcosa di molto peggio (mi riferisco al gruppo dirigente del Psiup) posto in essere dai suoi critici e oppositori di sinistra. Rispetto al centro-sinistra all’inizio Togliatti fece una perfetta analisi differenziata: «il centro-sinistra è un nuovo e più avanzato terreno di lotta, il suo sbocco può essere di stampo riformista o risolversi in un’involuzione moderata».

Come in tante altre cose (la Fiat, il ’68, il sindacato) Amendola, a nostro avviso, sul centro-sinistra assunse una posizione giusta: egli partiva dal giudizio di Togliatti per dislocare il Pc in uno stretto rapporto con il Psi, La Malfa, con il sindacalismo cattolico. Invece per Ingrao il centro-sinistra era un’operazione di modernizzazione neocapitalista dell’Italia, le sue riforme erano tutte intrinseche al sistema, per cui la contestazione del Pci doveva essere globale. L’analisi di Ingrao era del tutto ideologica e astratta anche per cogliere la dialettica e le contraddizioni reali del centro-sinistra. In questo quadro Ingrao fu del tutto favorevole alla scissione del Psiup. Nella sostanza, poi, quasi tutto il Pci, tranne Amendola, nel corso di quegli anni si spostò sulla linea della contestazione frontale del centro-sinistra nel timore che, se fosse decollato il suo riformismo, il Psi avrebbe potuto modificare a suo vantaggio i rapporti di forza nella sinistra italiana. Così, quando ancora la partita era del tutto aperta sulla caratterizzazione riformista o moderata del centro-sinistra, la sinistra del Psi (quella di Valori e Vecchietti, ma anche di Basso e Foa) fece la scissione e fondò il Psiup nel 1964.

Anche a tanti anni di distanza non posso fare a meno di rilevare che si trattò o di un atto di totale ottusità politica o di criminalità politica pura. Per definirla basta ricordare chi la finanziò: il Kgb e l’Eni di Cefis su sollecitazione di Antonio Segni allora in ottimi rapporti personali con Lelio Basso. È evidente che il Kgb lo fece per indebolire il Psi e aiutare il Pci. Quanto a Segni e a Basso chi vide giusto fu certamente il primo. Allora Segni, oltre che presidente della Repubblica, era anche il leader dei dorotei e quindi collocato oltre gli orientamenti della corrente della Dc moderata (tant’è che poco dopo, di fronte al piano Solo, anche Scelba gli disse di non essere per niente d’accordo con lui). Giustamente Segni, attraverso la scissione, voleva indebolire i socialisti e smontare il centro-sinistra riformista.

Non sorprendono Valori e Vecchietti, legati al Pcus più dello stesso Pci, sorprende invece Lelio Basso che ai tempi del Psi staliniano fu addirittura perseguitato dagli sgherri morandiani (l’ha raccontato lui stesso nelle sue memorie, dicendo che solo Pertini, Lombardi e Santi lo salutavano e che dovette a Pajetta e ad Amendola se non fu espulso dal Psi, ma comunque escluso dalla Direzione e dal Comitato Centrale lo fu: stiamo parlando di un uomo della storia e dalla storia di Lelio Basso). Probabilmente Lelio Basso era troppo suggestionato dalla storia della Rivoluzione russa: pensava di viaggiare verso la rivoluzione sul treno blindato dell’esercito tedesco e invece, in quella circostanza, fu utilizzato dal leader della destra democristiana per indebolire gli odiati riformisti (Nenni e Lombardi). Come si vede, se si adotta davvero non solo per un pezzo il metodo togliattiano dell’analisi differenziata si scopre che la storia italiana non sopporta proprio nessuno schema prefabbricato e neanche la mitologia.