Un giovane uomo come ce ne sono milioni, intelligente, preparato, con accanto l’amata moglie, i bambini. Una vita bella, che scorre via nella tranquillità. Il problema è che questo giovane uomo vive nell‘isola di Rusanivka, in mezzo al Dnipro, a Kyiv. Un giorno, il 24 febbraio 2022, piomba un mostro che gli uomini chiamano da sempre “guerra”. Si scappa. Niente più felicità. Il tuo Paese è invaso, e non c’è un motivo plausibile che ne spieghi la logica. La guerra cambia tutto nella vita di tutti e in quella di ciascuno. Non è giusto. L’uomo, Artem Chapeye, allora sceglie, nel pianto e nella disperazione, di andare a combattere. Questa è la storia raccontata con un tocco tanto lieve nella forma quanto duro nella sostanza da lui, Artem Chapeye, in questo bellissimo “La gente normale non va in giro armata” (traduzione dall’Ucraina di Alessandro Achilli, Iperborea-Il Post).

Chapeye si rivela scrittore sensibile e raffinato. La sua prosa è linearmente diretta al cuore. Lui “è” il popolo ucraino. Che non cede, che crede in sé stesso. Chapeye dà un senso alla sua vita, seppure un senso che non aveva minimamente immaginato, e la sua vita è combattimento e insieme riflessione sul senso dell’esistenza. È l’incarnazione del pensiero che si fa atto, dentro una temperie tragica. La semplicità del racconto è esattamente quella della grande letteratura e in particolare dell’impegno letterario: lo scrittore-protagonista è un uomo di sinistra, un democratico, un pacifista. A maggior ragione la nemesi che lo porta a usare le armi risulta crudele.

Tra le tante pagine importanti è difficile sceglierne una, ma ci proviamo: «È facile nascondersi dietro un astratto “più armi più guerra” finché sei al sicuro. È facile dire “arrendetevi, perché abbiamo paura”, che in fin dei conti è quello che vogliono dire quegli slogan. “Sacrificatevi per la nostra pace!”, non la mettono esattamente così ma nella sostanza è quello che hanno in mente. Puoi dirlo o puoi pensarlo solo finché non c’è qualcuno che prova a farti fuori». E dopo questo monito a un certo facile pacifismo, il tono sale e tocca il punto: «Ma quando tuo fratello che abita a Kyiv, nel febbraio ’22 se ne deve stare in corridoio con la moglie mentre fuori sparano e i carri armati russi sono già sotto casa sua, e si fa prendere dal panico all’idea di non avere nemmeno un’accetta, solo i coltelli da cucina e un batticarne, e quando l’altro tuo fratello con la sua bella moglie e i bambini piccoli nel marzo ’22 sono sotto occupazione nella regione di Černihiv, e tu sai benissimo che gli occupanti russi stuprano le donne e fucilano i civili innocenti, com’è successo a Buča, allora le cose suonano diverse. Giusto un po’».

Il soldato Chapeye non ha scelta dinanzi alla sua coscienza improntata alla giustizia e alla rivendicazione di libertà del suo popolo. E poi i russi. Il nemico. «I miei sentimenti nei confronti dei russi si sono evoluti dalla rabbia al disprezzo e infine alla pena. All’inizio pensavo ingenuamente che la società russa, sconvolta dall’ingiustizia del suo regime, avrebbe fatto cadere Putin. Ma poi il conformismo dei russi mi ha disgustato. Adesso mi fa pena che debbano giustificarsi di appartenere a una società così»: «Io non ci vorrei vivere». Ecco perché il volontario Chapeye entra nell’esercito. Che è un esercito di popolo, anzi, il popolo che si è fatto esercito: «Per esempio, nella nostra compagnia ci sono un intellettuale, due sportivi professionisti, uno che da giovane faceva parte di una banda di criminali, un paio di businessman, un artista professionista e qualche artista dilettante. Ma ovviamente la stragrande maggioranza sono operai e contadini». Non vengono in mente le brigate partigiane della Resistenza nel nostro Nord? «Ed è sulle spalle di questi non-intellettuali, non-artisti, di queste personalità assolutamente normali che ben si guardano dall’esprimersi in pubblico, che si regge il futuro dell’Ucraina. E forse il futuro di tutto il mondo».

Ha ragione. Un libro come “La gente normale non va in giro armata” di Artem Chapeye bisogna leggerlo e ringraziare il suo autore, un uomo normale come ce ne sono tanti, costretto a scegliere la guerra.