Mi ero ripromessa di non guardare più le trasmissioni che trattano la cronaca nera banalizzandola e facendo i processi, senza appello, in tv. Altro che Quarto grado, in quei programmi non si arriva neanche al primo. La condanna è assicurata al primo sventolar di avvisi di garanzia. Ho pensato: meglio non guardarli più, anche perché occhio non vede, cuore non duole. Anche troppo, a tal punto da convincersi che i processi in tv non si fanno più, che anche i casi di cronaca più efferati non vengono trattati come se si fosse in uno stadio: i pro e i contro, i colpevolisti e gli innocentisti, tutti uniti però da chi urla di più. Invece, anche smettendo di guardarli, non spariscono, anzi continuano a produrre un immaginario colpevolista, quel populismo penale che dallo schermo arriva agli spettatori, alimentando il circolo vizioso che va dalle procure ai giornali, fin dentro il midollo della società.

Venerdì sera l’amara sorpresa. Facendo zapping mi sono imbattuta nel programma di Gianluigi Nuzzi, in cui si discuteva del caso del momento, Benno Neumair, accusato di aver ucciso i genitori. In un interrogatorio di recente desecratato, il giovane altoatesino confessava di averli uccisi, descriveva i momenti più terribili, raccontava l’orrore.
Ci sarà un processo, perché anche un reo confesso ha diritto a un processo, a un giusto processo. Ma nel tribunale di Quarto grado la pensano in maniera diversa, sicuramente ritengono di essere più adatti dei giudici di professione per stabilire la sentenza. A un certo punto hanno iniziato a leggere la confessione. Non una lettura neutra, ma recitata. Come se invece che il racconto di un doppio omicidio, stessero raccontando la trama di una soap opera. I fatti terribili raccontanti da Benno via via perdevano la loro drammaticità. Il tono leggero, da commedia, gli levava qualsiasi intensità, qualsiasi livello di partecipazione. Ma il risultato è stato alla fine ancora più devastante: l’orrore è cresciuto, l’indignazione per quel modo di affrontare la cronaca nera era ancora più forte. Agghiacciante.

È come se l’uccisione dei due genitori venisse ridicolizzata, annientato il dramma che c’è dietro una morte così violenta. Ciò che si voleva suscitare non era comprensione, era indignazione di quella facile facile. Ma così non si fa altro che banalizzare, che allontanare lo spettatore dalla realtà dei fatti, dal loro significato più profondo.
Se, come hanno scritto importanti studiosi, il setting del processo può essere paragonato a una scena teatrale, quello che è andato in onda su Rete4 era un vaudeville di bassa lega o una soap opera mal riuscita. Chi guarda non viene aiutato a capire, a identificarsi, ma viene portato in una dimensione di irrealtà dove si perde ogni connotazione morale, ogni coscienza del limite, ogni considerazione profonda sulla vita e sulla morte. Il cittadino diventa spettatore, colui che dall’esterno osserva la vita, sentendosene estraneo, pronto a giudicare l’altro, esattamente come fanno gli ospiti in studio con le loro bislacche teorie psicologiche, roba che viene voglia di chiamare il medico per loro.

L’omicidio di due persone meriterebbe ben altra attenzione, a partire da un giusto processo per chi viene accusato, che anche se reo confesso resta innocente fino a sentenza definitiva. Ma vaglielo a spiegare a quei conduttori che vedono colpevoli ovunque, prove o non prove, confessione o non confessione. L’accusato è bello che spacciato. Ci vorrebbe allora per capire che cosa è accaduto, un Fëdor Dostoevskij, uno scrittore capace di raccontare l’animo umano nel suo profondo, anche quella parte di “male” che pure riguarda gli esseri umani. Benno invece nella soap opera diventa il mostro, il cattivo, e viene posto fuori dal consesso sociale. Se lui è un mostro, il male non appartiene a questa società e tutti gli altri, fuorché lui, sono assolti, sono innocenti. Siamo innocenti.

Nicola Lagioia, che con il romanzo La città dei vivi ha raccontato l’efferato omicidio di Colli Aniene, a Roma, ha fatto esattamente il contrario: ha aiutato il lettore a capire, a entrare nella storia, a esserne coinvolto senza giudicare in maniera aprioristica. L’arte serve a questo: a sperimentare il confine tra il bene e il male, perché se lo attraversiamo anche grazie alle storie degli altri, ne capiamo il senso, capiamo le differenze. Capiamo cosa sia meglio fare quando la vita ci mette davanti a scelte importanti. L’arte, la letteratura, il cinema quando sono fatti bene aiutano a capire, non a giudicare. Ma qui effettivamente parliamo solo del solito, triste, pericoloso processo in tv.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica