Sono assai fragili le fondamenta su cui poggia il fronte del No e fatte per lo più di paure. Paura di perdere la comoda condizione acquisita, per una certa parte di magistrati, avvinti da rassicuranti, indissolubili legami correntizi e paure instillate nella gente, nel popolo sovrano, chiamato, attraverso il referendum, ad esercitare direttamente la sua preziosa sovranità. Come in un prisma, gli indicatori di allarme vengono filtrati e trasmessi all’esterno, nella forma di contributi generosamente affidati a personalità del mondo dello spettacolo, con l’evidente fine di ammaliare gli spettatori e carpirne il consenso.

In mezzo a questo variopinto carosello di accesi sostenitori laici del No, spicca la gioiosa napoletanità di Marisa Laurito, eclettica attrice di teatro e di televisione, presente sulla scena sin dagli anni ’80. Sorridente, colorata, affabile, con la sua erre morbida e la caratteristica pettinatura a cipolla, la testimonial partenopea ha registrato un paio di video in cui invita il suo pubblico a votare No, per difendere “con i denti la nostra Costituzione italiana”. Ma la strategia di seduzione non convince, per modi e contenuti, incapaci di superare l’esame della sostanza della riforma, ossia dell’insieme di norme, accuratamente modificate dal Legislatore, per garantire l’equilibrio tra le parti processuali, di fronte al Giudice “terzo ed imparziale”; che la Costituzione prevede, che è diventato imprescindibile con l’avvento del processo accusatorio ma che, ancora oggi, non è reso effettivo, con tutte le conseguenze e distorsioni che ne derivano.

La chiamata alle armi si condensa in pochi minuti; l’interprete, con un tono che vorrebbe essere appassionato ma risulta spento dalla lettura di un testo preconfezionato, “prega” il suo pubblico di andare a votare e di votare No. Forse l’appello sarebbe stato più convincente senza l’aiuto del testo scritto. D’altronde, un’attrice, convinta delle proprie ragioni, per registrare due minuti, non avrebbe avuto certamente bisogno di un testo da leggere. Ed allora, vien da chiedersi se Marisa Laurito ci creda, davvero, in quello che sostiene o se, piuttosto, non stia recitando il ruolo assegnatole da una regia – politica o parapolitica, poco cambia – di cui condivide, magari, un’impostazione generale, senza aver troppo approfondito il delicato compito che è stata chiamata ad assolvere.

Le argomentazioni utilizzate per dissuadere gli elettori a fornire un contributo, ragionato e consapevole, a favore della riforma sono dirette, apodittiche, disancorate da dati concreti o spiegazioni logiche idonee a favorire la comprensione. Dal prisma delle illusioni vengono fuori effimere suggestioni che alimentano scenari apocalittici, paventano la perdita irreversibile di diritti ed un non meglio identificato squilibrio di poteri che deturperebbe la nostra democrazia. In particolare, Laurito lamenta che la riforma non si occuperebbe dei veri problemi della giustizia, quali la mancanza di risorse o la eccessiva lungaggine dei processi. È vero. Perché questo non è l’oggetto della modifica costituzionale, essa non renderà il processo più breve ma più giusto; ed è questo il pregevole fine a cui aspira, come traguardo di civiltà.

Inoltre, confondendo la separazione delle carriere con quella delle funzioni, afferma che i passaggi da un ruolo all’altro sarebbero all’incirca 30 ogni anno ed aggiunge, che “non è che si cambia la Costituzione solo per trenta magistrati”, con una mal riuscita opera di immedesimazione nei panni di chi mastica le questioni giuridiche come pane quotidiano e calca, ogni giorno, le aule dei Tribunali. Denuncia l’aumento del controllo della politica sui magistrati” e sovrappone, con singolare disinvoltura, il concetto di “separare” con quello di “indebolire”; la magistratura, a suo dire, se vincesse il Sì, sarebbe “più esposta alle pressioni del potere politico”. Come? Non è dato sapere. Ignora, evidentemente, nel recitare il suo copione, che il testo di legge, non solo non prevede ma addirittura non lascia spazio ad alcuna forma di controllo o di condizionamento da parte della politica; le due categorie di magistrati saranno separate ma senza che siano, in alcun modo, modificati i rispettivi ruoli e funzioni. I giudici saranno più forti di quanto non siano oggi, in quanto liberi da influenze (possibili, probabili e reali, per come ci riferisce la storia giudiziaria degli ultimi anni) derivate dall’appartenenza alle correnti che, da ambiti di aggregazione culturale, sono diventate dei veri e propri centri di potere.

Ciò che Marisa Laurito forse non vede è che, mentre profetizza il controllo (infondato) della politica sulla magistratura, quest’ultima è già da decenni ostaggio della sua politica interna che opera come un veleno, capace di intossicare l’intero sistema. Un effetto? La percentuale di errori giudiziari e di ingiuste detenzioni che connotano, assai negativamente, il panorama italiano. Il testo riformato non offre, invero, alcuno spiraglio a forme di controllo esterno alla magistratura, mirando a riportare in equilibrio il suo assetto interno, fortemente compromesso. E, contrariamente a quanto affermato, la ricaduta sui cittadini avrebbe solo aspetti positivi; processi giusti, un sistema sano, margini di errore ridotti ad inevitabili eventi fisiologici, rispetto ad una condizione divenuta ormai tragicamente patologica.

Marisa cara, non lo so se la nostra Costituzione sia “la più bella del mondo”; so, però, che la legge più perfetta che si possa immaginare non può resistere immutata alle intemperie del tempo. È bella e sempre tale resterà solo se sapremo adeguarla, con cura ed attenzione, alle esigenze della società che si evolve. Con la Costituzione non si pazzìa.

Emilia Vera Giurato - avvocato penalista

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