A quattro giorni dal voto sul referendum, nel pieno della madre di tutte le battaglie per la civiltà giuridica del Paese, a fare rumore non sono solo gli schieramenti, ma le diserzioni. Le fughe. Per capirle, vale la pena raccontare una storia. C’era una volta un ragazzo che, non molto tempo fa, prometteva di ribaltare il mondo. Aveva fretta, un’energia straripante e l’ambizione dichiarata di smantellare il vecchio sistema pezzo per pezzo. Voleva mandare i vecchi arnesi a casa, rottamare le rendite di posizione. Agli occhi di molti appariva come un vero incendiario, l’unico capace di sfidare i poteri intoccabili a viso aperto, senza farsi tremare le gambe.

Poi, come spesso accade nelle parabole umane prima ancora che politiche, c’è stata la caduta da cavallo. La sbandata, l’urto con la realtà. E qualcosa, irreparabilmente, si è rotto. Nelle ultime pagine del Candido, dopo aver attraversato mille disastri e delusioni, Voltaire fa dire al suo protagonista una frase celebre: «Bisogna coltivare il nostro giardino». È la resa definitiva alle grandi illusioni, l’invito a ritirarsi dal mondo e dalle sue battaglie per rintanarsi nel privato, nel piccolo, nel controllabile.

Il nostro ex ragazzo ribelle ha preso Voltaire alla lettera, ma nella sua accezione più misera. Di fronte alla sfida storica di questi giorni – scardinare lo strapotere della corporazione dei magistrati, separare le carriere, ristabilire lo Stato di diritto – lui è semplicemente sparito. Non pervenuto. Si è chiuso nel suo orticello. Pota i pochi fili d’erba che gli sono rimasti, distribuisce gli avanzi del cibo e illusorie promesse future alle sue tremebonde pecorelle, e fa calcoletti di sopravvivenza. Ha riposto la spada in cantina, barattando il coraggio di un tempo con la comodità del presente.

L’ambizione di cambiare il sistema ha lasciato il posto al terrore di perdere il suo minuscolo feudo. Non pronuncia una parola netta. Si volta dall’altra parte per puro calcolo. È la mutazione più amara che possa capitare a un leader: quella di chi era partito per fare la storia e si ritrova a fare il ragioniere delle proprie paure. La politica, quella vera, non si fa nascondendosi dietro una siepe quando la battaglia infuria. Chi crede in una giustizia giusta e non ricattabile la faccia ce la mette, fino all’ultimo giorno, mettendosi in gioco contro l’establishment di turno. Chi oggi vi dice che intende coltivare il suo giardino non sta seminando saggezza, sta solo seppellendo la sua dignità.