L'intervista
Referendum, Sisto: “Con il Sì cambiamo pagina per il diritto al giusto processo, sorteggio non elegante ma serve per combattere le filiere spartitorie”
Il Viceministro alla Giustizia rivendica la riforma: “Meno correnti, più equità”
Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia e avvocato, è tra i principali protagonisti della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere. In questa conversazione difende l’impianto del provvedimento, respinge le accuse di forzature e rivendica una scelta che, a suo giudizio, punta a smontare il correntismo e a restituire credibilità alla magistratura.
Viceministro Sisto, ai critici che accusano il governo di avere blindato la riforma senza vero confronto, che cosa risponde?
«Rispondo che questa riforma è rimasta per due anni e mezzo in Commissione. Due anni e mezzo. Dire che non ci sia stato confronto significa ignorare i fatti. Ci sono state audizioni, discussioni, approfondimenti, posizioni diverse espresse in ogni sede. A un certo punto, però, il Parlamento deve assumersi la responsabilità di decidere. Non può limitarsi ad ascoltare all’infinito. Dopo un lungo confronto, è stata tracciata una linea, è stato scritto un testo ed è stato sottoposto alle Camere. È così che funziona la democrazia parlamentare».
C’è chi sostiene che, nonostante il lungo iter, il testo non sia cambiato davvero.
«Mi pare un’obiezione pretestuosa. Non sempre modificare significa migliorare. Talvolta vuol dire solo spostare, rallentare, compromettere la coerenza di una proposta. Quando un testo ha una sua ratio precisa, il compito del legislatore è anche quello di difenderla da interventi che rischiano di snaturarla. Il punto non è cambiare per forza. Il punto è capire se l’impianto regge. E io credo che regga benissimo».
Veniamo al sorteggio. Perché lo considera un punto decisivo?
«Perché è uno strumento di liberazione. Oggi il peso delle correnti è sotto gli occhi di tutti. Finché le correnti sono luoghi di elaborazione culturale, possono anche avere una funzione. Ma quando degenerano in cordate di potere, in meccanismi spartitori, in filiere che decidono nomine e incarichi, allora diventano una patologia. Il sorteggio serve a spezzare questo circuito. Serve a impedire che un’associazione privata gestisca un organo di rilevanza costituzionale, ad evitare che qualcuno arrivi al Csm perché sponsorizzato dal capo corrente».
Quindi il sorteggio è una misura contro il correntismo?
«Esattamente. E aggiungo: non è un colpo di teatro, non è una trovata eccentrica. È uno strumento già conosciuto dall’ordinamento in altri ambiti. Qui viene utilizzato per sottrarre la magistratura alla dipendenza dalle appartenenze correntizie. Il magistrato deve poter essere valutato per ciò che vale, non per la corrente a cui appartiene o a cui è costretto ad avvicinarsi per poter fare carriera».
I contrari dicono che il sorteggio mortifica il merito.
«È il contrario. Il sorteggio che immaginiamo non è una lotteria cieca fra tutti. È un sorteggio che si muoverà dentro un perimetro di qualità, all’interno di una platea di soggetti che hanno i requisiti, l’esperienza e le valutazioni necessarie. Proprio questo consente di coniugare merito e indipendenza. Per tutelare il cittadino, è il magistrato bravo che deve arrivare al posto giusto. Non il magistrato correntizio al posto sbagliato».
Lei insiste molto sul fatto che questa riforma non serva solo ai magistrati, ma soprattutto ai cittadini.
«Se si riduce il peso delle correnti, se si rafforza la meritocrazia, se si costruiscono organi disciplinari davvero autonomi, il cittadino avrà più garanzie. Avrà un giudice più libero, più responsabile, meno esposto a dinamiche opache. Il beneficio finale non è interno alla corporazione. Il beneficio finale è esterno: riguarda chi entra in un’aula di giustizia e pretende di trovare imparzialità, rigore e indipendenza».
Altro capitolo: l’Alta Corte disciplinare. Perché ritiene necessario separare il giudizio disciplinare dal resto?
«Per una ragione molto semplice: l’autonomia e l’indipendenza devono valere anche in sede disciplinare. Oggi c’è un assetto che lascia aperti interrogativi seri sulla reale terzietà del giudizio. Noi immaginiamo un organismo diverso, più autonomo, capace di valutare le condotte con maggiore equilibrio e maggiore autorevolezza. Questo non significa colpire la magistratura. Significa responsabilizzarla nel modo giusto».
Sento dire che il rischio, se vince il Sì, sarebbe quello di aumentare il controllo della politica sulla magistratura. È una critica fondata?
«È una balla spaziale, peraltro in perfetta malafede. La presenza di una componente laica o politica negli organismi di autogoverno non nasce per …occupare la magistratura, ma per limitarne, come i Padri costituenti hanno sancito, l’autoreferenzialità. È una garanzia di equilibrio, non un assalto al fortino. E comunque non è pensabile che una sola maggioranza possa “prendersi tutto”. Le regole costituzionali e parlamentari servono esattamente a impedire questa deriva, a rispettare le opposizioni».
Qual è il messaggio che vuole lasciare agli elettori?
«Che questa non è una riforma contro qualcuno. È una riforma per una giustizia più giusta, più credibile, più trasparente. Per magistrati più liberi e cittadini più garantiti. E credo che, dopo tanti anni di discussioni, rinvii e “meline”, sia arrivato il momento di avere il coraggio di cambiare davvero».
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