Si chiude oggi una delle campagne referendarie più divisive della storia repubblicana. Non tanto per i suoi eccessi verbali e i toni da crociata. Questi ci sono sempre stati. Nell’anno di grazia 2026 è accaduto qualcosa di assai più serio. È accaduto che l’Anm si è fatta partito ed è scesa in campo dettando la linea politica al composito schieramento del No alla riforma Nordio. Infatti, già il 5 gennaio scorso, nelle principali stazioni ferroviarie italiane campeggiava un suo maxi poster con una domanda a risposta assicurata: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?”. Da allora, una grossolana menzogna è riuscita a unificare le pulsioni antigovernative di un campo extralarge: partiti, sindacati, parrocchie, intellettuali e artisti engagé, attori, comici e cantanti.

Particolarmente insopportabili sono stati gli ipocriti richiami alla verginità della Costituzione. Ma i costituzionalisti improvvisati dimenticano che è stata modificata ben ventidue volte. E probabilmente non sanno che il rapporto tra potere giudiziario e potere legislativo si è squilibrato nel 1993 a favore del primo, quando – a furor di popolo e sotto il diktat dei Pm di Mani Pulite – è stata mutilata l’immunità parlamentare. Ma che i Padri costituenti volessero proteggere deputati e senatori dalle ingerenze della magistratura è una questione che non commuove le anime belle perennemente indignate contro la “casta”.

Proprio la contestazione della casta è tornata a essere moneta corrente nel movimento che su quella contestazione ha costruito le sue prime fortune. È stato Giuseppe Conte a rispolverare l’argenteria di famiglia. La riforma Nordio è così diventata la riforma “salva casta”. Il termine mancava nel linguaggio dell’ex presidente del Consiglio da qualche tempo, anche se periodicamente si riaffacciava negli interventi dei parlamentari pentastellati più nostalgici. Ma, come ha scritto J. R. R. Tolkien, “le radici profonde non gelano mai”. E, in una campagna dominata da una forte polarizzazione politica, risuscitare la guerra alle élite può essere redditizio per pescare consensi nel bacino dell’astensionismo.

Se però scegli di tornare al passato, il passato poi si vendica delle tue furbizie. Questo forse spiega il dato registrato da più di un sondaggio, secondo cui circa un quarto dell’elettorato ex grillino (uso questa espressione pour cause) potrebbe votare Sì domenica prossima. Perché “uno vale uno” e il sorteggio fanno parte del vecchio codice genetico del movimento. In un’intervista al Corriere della Sera, lo ha spiegato a chiare lettere Roberto Traversi. Il parlamentare 5S (già sottosegretario nel governo Conte II) non ha avuto peli sulla lingua: “[la riforma] spezza la logica delle correnti. Nel contratto di governo con la Lega parlavamo di come modificare il sistema di elezione del Csm per eliminare le logiche spartitorie che incidono su promozioni, destinazioni e anche azioni disciplinari in base all’appartenenza [correntizia]. E tante volte abbiamo portato avanti la logica del sorteggio“. Lunedì sera sapremo se, come diceva G. K. Chesterton, i miracoli esistono perché avvengono.