Lunedì sera, Giorgia Meloni è stata ospite di Nicola Porro, a “Quarta Repubblica”, su Rete4. Si è parlato di crisi internazionale, di politica interna e – ça va sans dire – di referendum. Già dalla sera, agenzie e siti hanno riportato le sue dichiarazioni. La notizia, insomma, era quello che il presidente del Consiglio ha dichiarato. Più o meno nelle stesse ore, è stata diffusa la notizia che sempre la Meloni sarebbe stata ospite di “Pulp Podcast”, il format di Fedez e Marra. Un format che ha trattato il referendum con molti personaggi dell’una e dell’altra parte: GratteriCalenda, Renzi. Anche in questi casi, il tema delle puntate è stato il referendum. Con la Meloni, però, la notizia ha preso una piega differente: ciò che contava era che il presidente del Consiglio avesse partecipato a un podcast. Ha cambiato formato. Ha sostanzialmente sparigliato, osando dove Conte e la Schlein – invitati anch’essi – hanno invece rinunciato. Il mezzo è il messaggio, insomma.
Al di là della discussione sulla opportunità di partecipare ai formati che ciascuno predilige – anche in virtù della necessità di parcellizzare l’elettorato esplorandone nuove fette –, è oltremodo interessante capire come mai questo colpaccio di “Pulp podcast” stia così tanto facendo discutere. Va detto, innanzitutto, che vincono entrambi. Fedez (e Marra) e la Meloni operano in una sorta di “convergenza di interessi”, una specie di “strategia win-win”. Tutti e due, in pratica, sanno di ottenere un vantaggio da questa partecipazione: il presidente del Consiglio intercetta un pubblico – quello giovane – che non guarda o guarda poco la tv e in cui soprattutto si concentra il maggior tasso di astensione; Fedez, dal canto suo, porta a casa un risultatone a pochi giorni dalle urne, e riesce lì dove molte trasmissioni generaliste non sono riuscite. Una specie di riconoscimento implicito, di legittimazione del proprio lavoro (amplificato da tutti i rimbalzi che i video stanno avendo sulle piattaforme).

Come detto, sia Giuseppe Conte che Elly Schlein avevano rifiutato l’invito di Fedez. Per dimostrarlo, il rapper ha pubblicato le mail degli inviti inoltrati alle rispettive segreterie politiche. In comunicazione è quello che si chiama “pròlépsis”, termine greco che vuol dire “anticipazione”. Si tratta di una figura retorica che consiste nell’anticipare un evento che si sa che avverrà in seguito. Il che vuol dire depotenziare e confutare a priori, nella mente degli spettatori, la portata della critica e dell’obiezione che verrà fatta. La mossa del presidente del Consiglio trova diversi sostenitori tra gli analisti e i professionisti della comunicazione politica. Ne riporto alcune che trovo particolarmente corrette. Domenico Giordano, spin doctor di Arcadia e autore de “La regina della rete” (Graus Edizioni), si sofferma sull’importanza che ormai il formato del podcast ha assunto anche nella comunicazione politica: “È diventato uno strumento fondamentale per ampliare quella platea di utenti, sempre più giovane e sempre più ampia, che diversamente non si raggiunge più con i media tradizionali. Non la raggiungi più con le partecipazioni ai talk televisivi di prima e seconda serata, meno che mai con le interviste a tutta pagina sui quotidiani cartacei o con le interviste in radio e, teniamoci forti alla balaustra, neanche con i post pubblicati sui propri account social”, scrive in un’analisi su Il Giornale.

Tommaso Longobardi, responsabile della comunicazione digitale proprio di Giorgia Meloni, spiega su LinkedIn la scelta di prendere parte alla trasmissione: “La partecipazione al podcast è un evento che segna una fase nuova nel modo in cui si sviluppa il dibattito pubblico”. Longobardi allarga il concetto, puntando sul podcast come veicolo mediatico: “Si attacca il mezzo, ancor prima di aver ascoltato la puntata. Addirittura, una parte del sistema mediatico tradizionale non racconta l’evento, preferendo screditare lo strumento”. Per lui, si tratta di “un attacco non al format o a chi lo conduce, ma a tutti i podcaster e alle redazioni che ci lavorano, oltre che ai milioni di persone che si informano online”. “Strategicamente, la mossa è potente soprattutto per un motivo: orienta la conversazione nei giorni immediatamente precedenti al voto”, spiega sempre su LinkedIn Natale De Gregorio, spin doctor e amministratore di Lievito. “Non è detto che dettare l’agenda equivalga automaticamente a spostare voti ma è certo che questa puntata entrerà in maniera violenta nel dibattito pubblico prima e dopo il referendum, in un target di pubblico finora poco presidiato”. Anche De Gregorio si dice poi convinto che “il podcast è uno spazio diverso rispetto ai contesti tradizionali della politica: tempi più lunghi, tono più diretto, linguaggi meno ingessati. Sono abbastanza convinto che Meloni si troverà a suo agio in questo formato, che premia la capacità di conversare ma anche di dettare il ritmo, di discutere in maniera orizzontale ma anche di avere contenuti tagliati e adattabili perfettamente al linguaggio social”. In una seconda pubblicazione, il professionista sorrentino aggiungerà poi che in realtà il linguaggio è rimasto pressoché lo stesso di quello utilizzato su altri canali. A due giorni dal voto, quindi, al centro della campagna elettorale finisce uno strumento di comunicazione super-utilizzato, super-fruito ma da oggi anche super-criticato.

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Avellinese, classe 1984. Italiano e meridionale fiero e critico, una passione rovente per il calcio, la politica e le parole. Nove anni molto formativi come collaboratore della redazione di Avellino de Il Mattino di Napoli, gestisco la comunicazione per figure politiche e istituzionali. Sono autore di “Digitale” (Giunti, 2021, con Francesco Di Costanzo), “Virus, comunicazione e politica” (Aracne Editrice, 2021) e "Parole e crisi politica" (Ilmiolibro.it, 2013). Due occhi attentissimi alla comunicazione applicata alla politica, tema che analizzo nelle pagine del mio Velocitamedia.it.