Sento continuare in questi giorni la discussione sulla riapertura della scuola a settembre e già si paventa lo slittamento dell’inizio dell’anno scolastico a dopo le elezioni regionali, per evitare la doppia sanificazione pre e post-votazioni. E’ evidente che questo scenario rende concreta la perdita di un ulteriore mese di lezione a studenti che non mettono piede a scuola da oltre 7 mesi.

La scuola è chiaramente funestata da molti problemi e le elezioni, che ne ritardano la riapertura, sono l’ennesimo segno di disattenzione nei riguardi di una istituzione che dovrebbe essere curata, tutelata, ora più che mai, in emergenza post-pandemica. Invece la scuola, tra le sue tante funzioni, svolge anche quella di essere “sede” di consultazioni elettorali, accogliendo pubblici promiscui, in spazi che dovrebbero essere protetti perché destinati ad altro.

Mi chiedo, allora, come sia possibile che in epoca di smaterializzazione, di digitalizzazione si debba ancora andare a votare nelle scuole? Requisire spazi, pagare scrutatori e presidenti, allestire e smantellare seggi, sanificare tutto prima e dopo e soprattutto interrompere il servizio scolastico sono l’unica soluzione praticabile? Il voto non può essere espresso altrove o con altri sistemi? Mi chiedo quanto a lungo possa ancora sopravvivere il rito arcaico del cercare la tessera elettorale finita in fondo al cassetto, recarsi al seggio, trascrivere il documento a mano sull’elenco, apporre il timbro ad inchiostro, consegnare una matita ed una scheda, restare qualche secondo in una cabina ed infine imbucare materialmente l’espressione di voto in un’urna.

Un sistema, peraltro, costoso per quanto dispersivo considerato che si recano al voto circa il 50% degli aventi diritto. Per colpa o per merito del Covid abbiamo tutti capito di essere entrati in una nuova Era. Il mondo è rapidamente cambiato facendoci scoprire il vantaggio di molte attività svolte in via telematica. Sarebbe allora il momento di mettere allo studio il voto elettronico, una procedura che può non essere fantascienza.

Oggi, grazie alle tecnologie, riusciamo a gestire dati sensibilissimi, transazioni bancarie, firme digitali, dichiarazioni e atti notori. Tutto questo le tecnologie ce lo consentono ampiamente, il problema, tuttavia, non è tanto nell’identificazione digitale del votante quanto nel rischio di tracciamento della sua espressione di voto; in altre parole la maggiore criticità consiste nella tutela della segretezza del voto. Si sente il bisogno di un sistema che porti alle urne, ancorché virtuali, il maggiore numero possibile di cittadini; questo potrebbe restituire fiducia nella politica scoprendo che le elezioni possono essere l’espressione di un’ampia volontà popolare e non di una minoranza, riducendo l’astensionismo, unico partito a vincere sempre le elezioni.

Il voto digitale sarebbe, quindi, un’immensa rivoluzione sociale e di diritti perché consentirebbe che il consenso venga determinato non solo dal 40-50% degli elettori ma da una base molto più ampia e non controllabile. E questo potrebbe non far comodo.

*Maria Luisa Iavarone è professoressa di Pedagogia all’Università Parthenope di Napoli