Adesso che è morto centinaia di curiosi e di ragazzi troppo giovani per averlo davvero amato si affollano davanti alla sua libreria City Lights Booksellers & Publishers e al Cafè Vesuvio della strada accanto, a San Francisco dove ha vissuto e improvvisamente è morto – tutti pensavamo fosse immortale – Lawrence Ferlinghetti, classe 1919, un’età sconsiderata e realistica come la sua arte. Ad ammazzarlo è stato il Covid a quanto sembra, perché il figlio Lorenzo ha parlato di una polmonite interstiziale che gli ha tolto il respiro e l’ossigeno della poesia.

Quando noi che avevamo vent’anni di meno decidemmo di essere ribelli, non avevamo modelli. Gli esistenzialisti parigini alla Juliette Greco e Jean Paul Sartre potevano attecchire soltanto fra i tavoli di Deux Magot e Saint-Germain, e comunque erano in fondo dei ribelli molto disciplinati, nel caso di Sartre anche comunisti osservanti. Allora, fine anni Cinquanta, si cominciò a parlare di questa strana gente: i “beat”, spesso confusi e assimilati con i beatnik, comunque precursori della Hippy generation che avrebbe infilato i fiori nei cannoni che allora sparavano non a salve nel Vietnam. “Beat” sta per picchiato, oggetto estraneo ed erano veramente attraenti questi americani fuori controllo che proliferavano in un Paese compatto e vittorioso, in piena guerra fredda, nel boom economico e delle nascite a milioni dei baby-boomer. Questi curiosi e travolgenti selvaggi della poesia e della musica e dell’anticonformismo, a cominciare da Ferlinghetti, con Jack Kerouac, Lucien Carr, Allen Ginsberg, William S. Borroughs, Gregory Corso, Charles Bukowski e Norman Mailer, erano sovversione pura: sesso, droga, rivolta anarchica. Kerouac aveva trovato questa parola “beat” unificante perché alludeva alla depressione, all’abbattimento, al mal di vivere.

Ferlinghetti era l’editore e il giornalaio di tutto il gruppo, ma anche il poeta che recitava versi vissuti con malizioso dolore più che con rabbia. Erano – tutti questi ribelli di parole e musica – l’antisistema quando essere contro il sistema ti portava in galera o comunque davanti alla corte e alla gogna. Lawrence era nato nello Stato di New York a Bronxville. Era il poeta universale e più noto, la voce americana della poesia, più di un milione di copie per venti poesie e la cosa più stupefacente di lui era questa: non sapeva di essere di origini italiane, e quando lo scoprì fu sopraffatto da questa novità che gli sembrò imperdibile e meravigliosa. Ne sono prova il suo Cafè Vesuvio, accanto alla sua libreria e l’altro Caffè Trieste. Il suo capolavoro è sicuramente la raccolta di poesie A Coney Island of the Mind, una tenera catena di provocazioni nostalgiche ed erotiche, modulate sulla jazz session, parole come musica e musica come parole, da vivere e non da recitare, suonare senza spartito e senza obblighi.

Quando si andò ad arruolare per partecipare allo sbarco in Normandia del giugno 1944 (è stato dunque l’ultimo soldato ancora vivente di quell’impresa) non aveva la minima idea di avere un cognome italiano e che suo padre fosse di Brescia. Ma quando dovette procurarsi il certificato di nascita scoprì di chiamarsi Ferlinghetti e non Ferlings. Lo raccontava spesso: «A quell’epoca gli italiani erano considerati il livello più basso della società americana e desideravano soltanto nascondere le loro origini. Mio padre e mia madre hanno sempre parlato inglese e avevano storpiato il nome perché così facevano tutti gli italiani nello spasmodico sforzo di essere assimilati come americani e irriconoscibili».

Ritornato dalla guerra volle sapere di più, scoprendo ciò che era già accaduto a tutti gli italiani della sua generazione: quando gli italiani arrivavano in America rinunciavano alla loro lingua, al loro nome e infatti lui non aveva mai sentito parlare italiano in casa. Poi si innamorò dell’Italia e viaggiò in lungo e in largo da Brescia, dove era nato suo padre, fino alla Calabria dando spettacolo delle sue poesie e recitando le sue idee che, in un tempo lontano, erano sovversive. Tuttavia, riuscì anche a essere fermato dalla polizia in Italia e poi ha raccontato di avere un po’ esagerato perché il suo agente così gli aveva chiesto di fare. Era il mastro di bottega anzi il padrone della bottega della “beat generation” e la bottega era la ventosa San Francisco, con la piccola libreria “City Lights”, una serra per tutte le atti, riviste sessuali e filosofia orientale, zen e omosessualità, pacifismo e poesia, pittura di qualità e musica, jazz soprattutto perché la sua poesia era strutturata sulla jazz session, una poesia che va suonata e non recitata, e non messa su carta.

E poi l’editore di minutissimi libretti, riviste da quattro soldi di grafica geniale, parole di cui era il libraio, il poeta, l’autore, il pittore, il custode del rifugio in cui ospitava tutti i grandiosi matti della sua banda da Kerouac a Ginzburg creando quella prima forma di ribellione al sistema che era più anarchica che socialista ma comunque aveva tutte le caratteristiche della rivolta e della ribellione sessuale. In una delle poesie della raccolta Coney Island of the Mind sostiene che c’è un oggetto che ci collega e tormenta, uomini e donne di ogni età. Le mutande: le signore anglosassoni devono avere dei grandi sensi di colpa se stanno sempre lì a lavare e rilavare quella macchiolina sulle loro mutande e tutti abbiamo questo problema delle loro mutande, le stesse mutande che ci dobbiamo aggiustare di giorno e di notte ma silenziosamente e senza farci vedere dagli altri.

Fu il primo a pubblicare riviste in cui si parlava apertamente di omosessualità maschile e femminile in un periodo in cui era assolutamente proibito e affrontò da editore il processo per l’Urlo- Howl – di Allen Ginsberg, letto nella Six Gallery e pubblicato da Ferlinghetti nell’anno successivo, accusato di oscenità. Era ancora l’epoca in cui l’oscenità poteva essere ammanettata e portata in tribunale e lui la sosteneva bravamente per spirito libertario ma anche per una permanente influenza del pensiero giapponese dopo essere stato a Nagasaki, dove era stata fatta esplodere la seconda bomba atomica americana. Le sue collaboratrici e fan erano spesso anche la sua affezionate amanti e amiche e compagne di vita e di viaggio anche se ebbe una moglie che amò anzi per sempre.

Ferlinghetti è stato ormai monumentalizzato perché nessuno ricorda più quale guerra e contro chi lui avesse combattuto con la sua banda di amici dolci e incanagliti della bit generation. Ieri nel primo pomeriggio avevano cominciato ad accumularsi fiori e lattine di birra davanti alla sua libreria per commemorarlo. La Jack Kerouac Alley è una piccola strada che separa la libreria, ormai una attrazione turistica della città, con il suo Vesuvio Cafè. In quegli spazi che lui ha creato e custodito c’è ancora molto vino e una macchina da scrivere sistemata sul marciapiede dove si radunano da ieri piccole folle per onorare Ferlinghetti, di generazioni fra loro lontanissime.

Un giovane poeta di nome Scott Lord ha scritto: «Essere poeta a 16 anni significa avere 16 anni. Essere poeta a 40 vuol dire essere un poeta. Ma essere poeta a 101 anni vuol dire essere Lawrence Ferlinghetti». Fino a che la polmonite che lo ha portato via non si è fatta feroce. Ha seguitato a firmare copie e rispondere alle e-mail finché le energie glielo hanno consentito. La zona di San Francisco dove viveva, la più bohémien della città è tradizionalmente il quartiere degli italoamericani dove tutti lo ricordano come un bon-vivant ma incline alla zuffa e poi alla malinconia, felice di sedersi anche al Caffè Trieste che aveva contribuito a fondare nel 1956.

Rappresentava un’America che oggi non ha più senso perché gli Stati Uniti di oggi sono percorsi da falde di violenza sotterranea crescenti e sempre più divisive, mentre l’America nella quale Ferlinghetti era emerso come poeta contestatore che oggi fatica a riconoscere come super eroe della poesia usata sia come la dinamite degli anarchici che come i fiori degli amanti.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.