Se fino ai suoi settanta, ottant’anni, i primati che le riconoscevano avevano a che fare con la sua bravura – unica attrice che ha il proprio nome inscritto nella Hollywood World of Fame insieme a quello della sorella, che è stata candidata all’Oscar come protagonista nello stesso anno, che l’ha spuntata facendo causa al colosso Warner Bros – con il passare del tempo l’accento si era spostato tutto sull’età, e accanto al nome di Olivia de Havilland venivano citati, immancabilmente, questi nuovi record: «l’unica sopravvissuta dei quattro protagonisti di Via col Vento», «la più anziana vincitrice dell’Oscar ancora in vita», «l’attrice più longeva di tutti i tempi». Fosse riuscita ad arrivare poco oltre i 120 anni, avrebbe battuto la mitica Jeanne Calment e conquistato anche un altro titolo, entrando nel Guiness dei Primati.

Col suo carattere tutt’altro che remissivo, viene il sospetto che a non superare Madame Calment l’abbia fatto apposta. Non ha voluto dargliela vinta, ai giornalisti che ormai la trattavano come un caso clinico, un bizzarro esemplare per cui tifare. Che parlavano solo della sua età e della sua ostinazione a voler restare in vita. Che la ricordavano solo per Via col vento. Che al suo compleanno, il 1° luglio, le avevano fatto gli auguri osannandola perché aveva battuto Kirk, ovviamente Kirk Douglas, morto a febbraio prima di arrivare ai 104. Olivia Mary de Havilland, nata in una famiglia importante (padre avvocato cosmopolita specializzato in brevetti, madre attrice, zio baronetto pioniere dell’aviazione e fondatore della “De Havilland Aircraft Co”) e sorella della famosa Joan Fontaine, era tutt’altro che quella donna dall’espressione supplice che abbiamo visto nei suoi film più importanti. Nelle tante storie d’avventura, amata da Errol Flynn, era sempre lì con l’aria adorante, remissiva, un po’ piagnucolosa. Decisamente irritante, eppure alle donne degli anni Trenta e Quaranta piaceva tanto proprio per questo: non era provocante, non era sexy, non era libera, non era aggressiva.

Trovava dentro di sé la forza dell’eroina solo quando si trattava di difendere il suo uomo, il suo idolo. Perfetto modello di ciò che si chiedeva alle donne – soprattutto americane – di allora. Il ruolo che l’ha consacrata non è dissimile: in Via col vento, 1939, di Victor Fleming, la sua Melania è esattamente quella del libro, quanto a melensaggine, modestia, straripante bontà e generosità, ingenuità che è più tontaggine che candore. Non si può immaginare nessuna che più di Olivia possa far credere l’incredibile, cioè che davvero ama e ammira Rossella, la terribile Rossella disposta a qualunque cosa pur di soffiarle il marito. Il primo Oscar arriva con A ciascuno il suo destino, 1946 per la regia di Mitchell Leisen, il secondo per L’ereditiera di William Wyler, 1949, in cui ancora, proprio come in Via col vento, continua a non vedere, a non capire, a spalancare gli occhi già grandi di loro in uno sguardo da vittima sacrificale, ma questa volta non rivolto a uomo che perlomeno è bravo e le vuole bene, come era Ashley-Leslie Howard, ma rivolto a un grande farabutto che ambisce solo alla sua eredità. Però, alla fine, la ricca insignificante ragazza tira fuori unghie e carattere. Quando si rende conto della realtà, sceglie la linea dura e sbeffeggia l’aspirante approfittatore nel modo più doloroso. E nel cambiamento di espressione, gestualità, sguardo, Olivia è meravigliosa.

Il suo carattere, appunto. Una che sconsigliata da tutti si imbarca in una causa contro la Warner Bros dopo che persino Joan Crawford, la terribile Joan, contro la Warner in tribunale era stata pesantemente sconfitta. Ma Olivia procede, sicura di sé e delle proprie ragioni, e sopporta due anni di fermo pur di andare fino in fondo. La causa non solo la vince: la sentenza crea un importante precedente, per cui la Warner non potrà più obbligare nessuno a lavorare per riempire il buco creato dalle sue stesse sospensioni date come punizione, o dai periodi in cui l’attore sotto contratto ha prestato servizio sotto le armi. Il fatto che Olivia sia stata molto amica sia di Joan Crawford sia di Bette Davis fa riflettere su quanto poco debba essere stata capace di ipocrita dolcezza. Le due “belve di Hollywood” non si sarebbero lasciate di sicuro imbrogliare. In Piano, piano… dolce Carlotta, film di Robert Aldrich del 1964, non si sa chi sia più brava. Il triangolo è completo: la parte di Olivia avrebbe dovuto essere di Joan Crawford, lei non poté accettare, Bette Davis fece pesare il proprio potere e impose Olivia.

Due polemiche hanno accompagnato de Havilland. Una, ormai dimenticata dai più, sul suo rapporto conflittuale con la sorella Joan Fontaine, forse più per motivi personali che per rivalità professionale. L’altra, recentissima, sul blocco da parte di Hbo Max e di altre piattaforme di Via col vento, giudicato non trasmettibile perché non denuncia lo schiavismo e per la romanticizzazione e semplificazione delle figure dei personaggi di colore. La decisione, presa in seguito ai movimenti di protesta per la morte di George Floyd, era stata accompagnata da un comunicato di HBO molto paternalistico: «Mantenerlo così, senza spiegare e denunciare il razzismo, sarebbe irrespondabile. Tornerà quando sarà contestualizato e risituato nel suo periodo storico». Infatti ora è tornato con due video-preambolo, che spiegano, prendono le distanze, parlano al pubblico come se nessuno fosse in grado di andare a darsi un’occhiata a un libro o semplicemente a Google per capire cosa sia stata la Guerra di secessione americana, e cosa fu e in molti Paesi ancora è lo schiavismo.